Pensioni e casa (piccolo grande patrimonio) sono state le polarità. Rimane come un buco nero il tema di chi la pensione dubita di riuscire a metterla assieme e la casa di proprietà manco è in grado di pensarla: i giovani e il lavoro. Il "Giornale delle Partite Iva" stima che i professionisti non regolamentati siano oltre tre milioni; più dei liberi professionisti "tradizionali" e più di artigiani e piccoli commercianti.
Secondo l'Isfol sono 400mila le false partite Iva, lavoro dipendente mascherato. Un universo che ha vissuto il lungo ciclo del capitalismo molecolare immerso nel mito performativo della libertà del professionista autonomo, scalata al cielo in uscita dal rapporto di lavoro dipendente. Espressione di una rincorsa individuale al benessere e allo status in una società, l'Italia degli anni '80 e '90, percorsa da un individualismo proprietario e competitivo desideroso di emanciparsi dalle maglie del welfare e dalla presa della fabbrica fordista. La crisi fa da spartiacque anche per il complesso mondo delle professioni. La rivoluzione postfordista dell'impresa-rete ha allargato il novero delle attività terziarie che si sono autodefinite professioni allargando il mercato ma rendendo più difficile per Ordini e Associazioni presidiare confini deontologici e concorrenza interna. Oggi la crisi indebolisce la capacità del professionista di autoproteggersi dai rischi di mercato, nel vuoto di meccanismi collettivi di protezione sociale. Molti mercati terziari cresciuti sull'onda di una economia della leva finanziaria privata e pubblica hanno fatto "sboom".
Secondo una ricerca dell'Ires Cgil riappare la questione del welfare e persino della contrattazione, visto che il 55% auspicherebbe di avere quella di secondo livello. Perché la crisi è di senso e di reddito: il 44,6% arrivava fino a 15mila euro annui e il 34,2% dichiarava che la sua famiglia arrivava alla fine del mese con difficoltà. Lo dimostrano anche i dati sui giovani praticanti dove il malessere raggiunge i livelli massimi: per quasi il 40% il praticantato non serve a fornire una formazione adeguata e oltre il 90% è insoddisfatto della retribuzione, sulla conciliazione tra tempi di lavoro e di vita (74,4%), riguardo alle prospettive di lavoro e carriera (61,1%). Il fatto è che gli equilibri interni ai mondi professionali sono andati in crisi nell'arena competitiva del mercato. Fratturandone la composizione interna lungo tre blocchi generazionali e di genere. In basso il 20% circa si sentono precari e a rischio di diventare professionisti-massa. In alto solo il 17,8% costituisce l'élite degli affermati che riconoscono gli Ordini e animano le Associazioni professionali e sono capaci di dominare il mercato.
In mezzo il vero magma da indagare: un 68,5% che dopo aver raggiunto la terra promessa dell'autonomia si sente senza protezione e in balia di un mercato e di una committenza verso i quali tende ad adattarsi al ribasso ritenendo di avere poche carte da giocare. È questa la zona grigia del professionista vulnerabile, dentro e fuori dai confini degli Ordini. Pur di migliorare le proprie condizioni di lavoro il 63,7% sarebbe disponibile ad andare all'estero e il 40,6% addirittura a cambiare professione. Si chiedono soprattutto politiche di protezione sociale rispetto al rischio malattia e disoccupazione; meno regolarizzazione e sostegni al reddito e alla formazione. Anche l'assistenza sanitaria rappresenta una sfera della cittadinanza da cui si sentono esclusi. E per la pensione il problema principale è il ricongiungimento dei contributi, a risarcimento di una vita fatta di percorsi lavorativi "patchwork", surfando tra lavoro dipendente e partita iva. I professionisti sono isole senza arcipelago e soggetti in cerca di nuova rappresentanza. Oscillano tra voglia di nuova protezione sindacale e richiamo della foresta del riconoscimento corporativo.
A Milano, la capitale italiana del lavoro professionale il 53,4% è insoddisfatto di una rappresentanza conservatrice come l'attuale, scissa tra immobilità degli Ordini e neo-corporativismo delle associazioni professionali. In difficoltà nell'inquadrare soggetti non più ceto medio, non classe lavoratrice, sempre meno classe creativa. I dati Ires ci dicono che gli Ordini sono i principali destinatari di questo malessere: accusati di non saper regolare la concorrenza, non favorire l'accesso dei giovani, certificare poco le competenze. E il Governo si aspetta che questo motore immobile si autoriformi? Di fronte alla potenza delle trasformazioni in corso il dualismo tra Ordini e Associazioni schierate a tutela di autonomia e status e mondo sindacale che vede solo l'obiettivo della stabilizzazione, non regge più. Occorre individuare una nuova forma intermedia del fare rappresentanza che riconosca la natura irriducibilmente diversa del lavoro dentro la dialettica tra capitalismo personale e precariato. Sintetizzando nuove tutele, allargamento del mercato e abbattimento delle gerarchie corporative tradizionali. Puntando anche a forme cooperative di impresa professionale.
Il professionista è animale metropolitano. Alimenta la protesta del micro-civismo dei quartieri fino a movimenti come Occupy Wall Street o gli indignati di Plaza Del Sol. Componenti dei nuovi ceti medi riflessivi, strati giovanili declassati, presi in una bolla incapace di assicurare i miti della generazione precedente, la pensione e la casa, si sono messi in moto costruendo nuovi spazi pubblici e premendo sulla politica. È sul fronte della nuova rappresentanza e della capacità di coalizzarsi per la società che viene che il lavoro professionale si giocherà le sue chance future come forza progressiva. Re-immettendo in circolo le energie di una generazione che al contrario rischia di essere ricordata più che altro per aver dovuto riscoprire la necessità di dover migrare per ricominciare a pensare il proprio futuro. Fino ad oggi bassa è stata la protesta, alto è stato il supporto delle famiglie che mi pare siano lì a fare i conti dell'Imu che verrà. È questa la sfida per il Governo: dare segnali di futuro per quelli da cui dipende il nostro futuro.
Tratto da Il Sole 24 Ore del 18 Dicembre 2012
ing.antongiulio
11 gennaio 2012 alle 15:06:25
Onestamente trovo questo articolo molto teorico e poco pratico, come se fosse stato concepito da chi non conosca, se non indirettamente, la vita del libero professionista.
Trovo fuorviante parlare di insoddisfazione verso gli Ordini, giacchè la insoddisfazione non deve portare verso la loro cancellazione, come qualcuno agogna ormai da decenni, ma al potenziarne le funzioni sino a, questo si, garantire la concorrenza in termini di correttezza.
L'unica strada percorribile in questi termini sarebbe stata, a mio modesto parere, l'imposizione di minimi tariffari anche nei rapporti con i privati e, allo stesso tempo, un maggiore controllo sulla correttezza nell'espletamento delle singole prestazioni tecniche, in termini tecnici e di etica professionale.
Sarebbe auspicabile anche la formazione obbligatoria, ma non si deve dimenticare che il professionista è privo di qualsiasi tutela, e che le fregature che si subiscono sono notevoli, e spesso le lungaggini della giutizia, oltre a scoraggiare il ricorso alla stessa, necessiterebbero di ulteriori esborsi.
Formazione si, con i relativi costi, ma tutela verso il professionista.
A meno che non si voglia che tutti gli attuali professionisti non vengano fagocitati da enormi società per le quali dovranno fare i dipendenti ad uno stipendio da fam, cosa che già accade..