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Monteveglio, la prima Transition Town italiana

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Monteveglio, piccolo centro in provincia di Bologna, è la prima Transition Town italiana, cioè una città che vive secondo la natura a 360 gradi, una realtà che ha detto no al petrolio, con l’obiettivo di non emettere nemmeno un grammo di CO2.

I montevegliesi si ispirano all’idea, sempre più diffusa, che sia necessario porre un freno a due dei problemi più grandi che affliggono l’umanità: il riscaldamento globale e l’esaurimento delle fonti non rinnovabili.

Infatti, oggi, la società industrializzata è caratterizzata da uno stato di dipendenza da abitudini costose e inquinanti: nelle nostre città consumiamo gas, cibo, prodotti che percorrono migliaia di chilometri per raggiungerci, con catene di produzione e distribuzione estremamente lunghe, complesse e delicate. Il tutto reso possibile dall’abbondanza di petrolio a basso prezzo che permette di avere energia ovunque e spostare enormi quantità di merci da una parte all’altra del pianeta. Ma forse questo non sarà sempre possibile, dunque si deve ricorrere a i ripari.

Ma come si vive senza petrolio?

A Monteveglio si è messo in pratica un programma di nuove pianificazioni energetiche, che utilizzano pannelli solari termici, insieme ad una serie di accorgimenti volti al risparmio energetico. Inoltre ci si affida alle risorse locali della comunità (produzione del cibo, dei beni e dei servizi fondamentali).

Nella transition town italiana, dunque, si attuano quei piccoli accorgimenti che possono migliorare la qualità della vita rispettando l’ambiente, come gli orti in condivisione: decine di famiglie aspirando all’autosufficienza alimentare riescono ad evitare i supermercati almeno per frutta e verdura. Altre si uniscono in gruppi di acquisto energetico e installano pannelli solari o impianti fotovoltaici. La vecchia tazza sbeccata, invece di essere buttata, viene affidata al mercatino del riuso che mette in contatto chi cerca e chi offre.

L’euro esiste ancora, ma non sarà il solo denaro a circolare: presto potrebbe arrivare anche una moneta locale.  Per gli over 60 è stata istituita invece la “Banca della Memoria” dove vengono raccolte le esperienze dei Montevegliesi che vogliono raccontare aneddoti di quando si viveva consumando meno. O ancora la raccolta di testi sulla transizione, messi a disposizione di tutta la comunità presso la biblioteca comunale: da “La rivoluzione del filo di Paglia” a “Introduzione alla permacultura”, da “Open space technology”.

Ma non solo, come dice Cristiano Bottone, rappresentante del movimento, “Gli amministratori stanno lavorando a un piano di riorganizzazione energetica dell’intero paese. Stanno raccogliendo dati per capire quali sono i giorni, le ore e le strade in cui la dispersione è maggiore. Partiranno da lì per ridurre i consumi”.

Il “movimento di Transizione” che applica questi principi, oggi, è diffuso in tutto il mondo. Esso nasce nel 2003 grazie all’esperimento realizzato a Kinsale cittadina irlandese in West Cork da un gruppo di studenti irlandesi, sotto la guida del professor Rob Hopkins, esperto di permacultura e di bioedilizia.

Oggi in Europa, Giappone, Usa, Canada, Australia, Sud Africa e Nuova Zelanda le transition town, sono una realtà vissuta da persone che hanno messo in pratica l’idea che si possa fare a meno del petrolio e dei suoi derivati.

Per ora l’unica realtà italiana riconosciuta dalla rete internazionale è Monteveglio, ma gruppi guida sono nati a Granarolo, L’Aquila, Lucca e, ultimo in ordine di fondazione, Carimate in provincia di Bolzano. Altri si stanno organizzando in decine di comuni italiani tra cui Ferrara, Firenze, Mantova, Perugia, Reggio Emilia, Bologna, Bari e anche Palermo, Torino e Roma perché la “Transition town” non è una filosofia adatta solo a piccoli centri. Un esempio? Il quartiere di Brixton a Londra e l’intera città di Bristol.

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