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Riciclare gli inerti per salvare il paesaggio

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Con il riciclo degli inerti, anzichè l’estrazione dalle cave, si crea più occupazione e si salva il paesaggio. Questa la posizione in dossier di Legambiente sulle cave in Italia. Se la strada è invece quella dell’attività estrattiva, continua il dossier, si rinuncia a promuovere un settore innovativo come quello del recupero degli inerti provenienti dalle demolizioni in edilizia, che può sostituire quelli di cava e che consente di avere molti più occupati: per una cava da 100 mila metri cubi l’anno gli addetti in media sono 9 mentre per un impianto di riciclaggio di inerti gli occupati sono piùdi 12. Sarebbe interesse di chi estrae orientare la propria attività economica verso il settore del recupero degli inerti. Secondo Legambiente l’Italia può scegliere questa strada, e seguire i Paesi europei che intorno a una moderna gestione delle attività estrattive hanno creato un settore economico capace di legare ricerca e innovazione nel recupero dei materiali. In Danimarca, per esempio, da oltre 20 anni ci si è posto il problema di come ridurre le estrazioni da cava e promuovere il recupero dei rifiuti da costruzione e demolizione, con una politica di tassazione che arriva a far pagare 50 euro a tonnellata per il conferimento in discarica degli inerti. Un meccanismo, questo, che ha funzionato visto che oggi si fa ricorso per il 90% a inerti riciclati invece che di cava. La Repubblica Ceca ha introdotto il concetto di consumo di suolo tassando oltre alla quantità di materiale prelevato anche la superficie occupata dalle cave. Nel Regno Unito il canone di concessione è di più di 6 volte quello richiesto in media in Italia.

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