Riforma del catasto, dove eravamo rimasti? | Geometra.info

Riforma del catasto, dove eravamo rimasti?

Dopo le pressioni della Comunità Europea, torna in auge la legge delega accantonata un paio di anni fa

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Dove eravamo rimasti? A due anni dalla legge delega sulla riforma del catasto inizialmente approvata dal Parlamento, torna in auge la volontà di riprendere un iter procedurale più volte bloccato dal 2015 ad oggi. Riportare alle Camere la riforma è quasi un obbligo, dopo che proprio la Commissione Europea ha sottolineato ufficialmente che nel nostro Paese sono stati compiuti “progressi limitati nel completare la riforma del catasto”. Ma perché la legge era stata arenata? I dubbi erano legati essenzialmente alla clausola di invarianza del gettito, che evidentemente andava a cozzare con la definizione delle nuove regole di tassazione degli immobili. Ora la macchina legislativa pare davvero possa rimettersi in moto mantenendo i principi che inizialmente avevano ispirato la legge: garantire l’invarianza per le casse dello Stato, non aumentare la tassazione, ridistribuire il carico fiscale tra centro e periferia. Ebbene, quali saranno i tempi? Molto brevi, visto che – se tutto andrà per il verso giusto – la riforma del catasto tornerà nel nuovo piano nazionale delle riforme (Pnr) che accompagnerà il Documento di economia e finanza, in arrivo entro il prossimo 10 aprile.

Ma quali sono nel dettaglio i principi direttivi che governano la delega per la riforma fiscale (originata dalla legge n. 23/2014)?
Leggendo la bozza del decreto attuativo della Delega fiscale, mai approvato, gli immobili non saranno più raggruppati in categorie e classi, ma in due tipologie di fabbricati: quelli ordinari e quelli speciali. Gli appartamenti saranno inseriti nella categoria ordinaria O/1, mentre ville, immobili signorili e artistici avranno una regolamentazione diversa.
Inoltre, il valore degli immobili sarà determinato dalla superficie e non più dai vani. A ogni unità immobiliare sarà attribuita una rendita e un valore patrimoniale stimati in base alle reali caratteristiche dell’immobile e alla zona di appartenenza.

La notizia della riapertura alla riforma del catasto ha fatto scaturire pareri discordanti. Secondo Giorgio Spaziani Terzi, presidente di Confedilizia, “per il settore immobiliare l’urgenza non è la riforma del catasto, ma una decisa riduzione di un carico fiscale che dal 2012 è stato quasi triplicato e che continua a causare danni incalcolabili a tutta l’economia: crollo dei valori, impoverimento, caduta dei consumi, desertificazione commerciale, chiusura di imprese, perdita di posti di lavoro. Dovrebbe essere questa la priorità di un Governo responsabile”.

Interessante il punto di vista di Giorgio Simoncini, docente di Urbanistica e Legislazione Ambientale presso l’Università La Sapienza di Roma: “Il buon senso imporrebbe di procedere al più presto alla revisione delle rendite catastali, mettendo fine alle clamorose sperequazioni esistenti soprattutto nei grandi centri urbani e ancorando i valori a criteri improntati il più possibile all’equità sociale. Risulta paradossale, ad esempio, che un’abitazione di lusso in pieno centro storico a Roma abbia una base imponibile minore di un appartamento di periferia: ciò perché la classificazione è ormai obsoleta e non tiene conto di criteri fondamentali e oggettivi, come ad esempio il valore di mercato dell’immobile. Bloccare tutto per non derogare all’invarianza di gettito significa voler mantenere intollerabili privilegi”.

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