Concessione edilizia: quali sono gli accertamenti del Comune? | Geometra.info

Concessione edilizia: quali sono gli accertamenti del Comune?

È compito del Comune accertare l'eventuale falsità delle dichiarazioni rese da chi richiede il titolo edilizio e assumere, se del caso, i provvedimenti conseguenti entro i termini di legge

concessione edilizia per ristrutturazione edilizia
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Il Tar del Friuli Venezia Giulia, con la sentenza n.100 del 15 marzo 2017, nell’accogliere il ricorso (leggi gratis la sentenza), ha affermato che il Comune in sede di rilascio del titolo edilizio concessorio deve limitarsi a verificare la sussistenza dei requisiti richiesti a legittimare il titolo e non deve svolgere altre accertamenti complessi.

Tutto nasce dalla impugnazione del provvedimento con il quale il Comune non solo ha parzialmente annullato in autotutela il permesso di costruire rilasciatogli nell’agosto del 2012 e la successiva SCIA, ma anche ordinato la remissione in “pristino delle parti prive di titolo autorizzatorio”.

L’annullamento in autotutela e il conseguente ordine di demolizione riguardavano il cappotto termico e il terrazzino del fabbricato destinato a civile abitazione, oggetto di ristrutturazione edilizia da parte del ricorrente e si basano su un presunto difetto di titolarità ad apportare modifiche edilizia del cittadino stesso.

Avverso l’annullamento in autotutela del Comune il cittadino è ricorso davanti al tribunale amministrativo con una serie articolata di censure:

  •  “Violazione di legge per carenza di potere in concreto”, per essere stato adottato l’atto di autotutela oltre il termine di 18 mesi fissato dall’articolo 21 nonies, della L n. 241/1990;
  • “Eccesso di potere – Sviamento della causa tipica – Violazione di legge “, per avere il Comune chiesto un’integrazione documentale successivamente alla conclusione del procedimento autorizzatorio;
  • “Violazione di legge – Illogicità e contraddittorietà, rispetto alle acquisizioni della istruttoria”, per assenza dell’interesse pubblico all’annullamento (parziale) in autotutela;
  • “Violazione di legge – Violazione del principio dell’affidamento”, per essere intervenuto il provvedimento di annullamento in autotutela a distanza di tempo e senza alcuna specifica motivazione al riguardo.

I giudici amministrativi evidenziano che oggetto dell’impugnazione è il provvedimento del Comune di parziale annullamento in autotutela del permesso di costruire rilasciato al ricorrente.

I titoli edilizi parzialmente annullati autorizzavano il destinatario alla ristrutturazione edilizia dell’edificio adibito a civile abitazione di sua proprietà, sito all’interno di una corte comune ad altri edifici aventi la medesima destinazione d’uso.

Per i giudici amministrativi il ricorso è fondato, poiché, come rileva dalla lettura della documentazione agli atti del ricorso emerge che il provvedimento è stato adottato a quasi quattro anni di distanza dal rilascio del permesso di costruire e a tre anni dalla SCIA in variante. Il Comune ha dunque agito oltre il termine ragionevole di cui all’articolo 21 nonies, della legge n. 241/1990.

Il Tar evidenzia che corrisponde quanto disposto dall’articolo 6, comma 1, lettera d), n. 1), Legge n. 124/2015, che ha fissato in diciotto mesi il termine ragionevole entro il quale l’Amministrazione può esercitare l’autotutela decisoria, e che è entrato in vigore successivamente all’adozione del permesso di costruire e al consolidamento della SCIA in variante, oggetto dell’annullamento d’ufficio, di cui qui si discute.

Tuttavia, la disposizione normativa, pur non essendo qui applicabile per ragioni di tempo, rileva ai fini interpretativi e ricostruttivi del sistema, dovendosi ritenere che anche prima della sua entrata in vigore costituisse termine ragionevole per l’esercizio del potere di autotutela quello non eccedente i diciotto mesi.

Nel caso di specie non è stato rispettato il termine e dunque l’atto di autoannullamento è illegittimo.

Per il Tar non assume alcun valore il fatto per cui l’interessato non avrebbe dato prova della veridicità delle dichiarazioni rese nel corso del procedimento amministrativo per la formazione dei titoli edilizi in questione, perché è compito dell’Amministrazione accertare l’eventuale falsità delle dichiarazioni rese dal richiedente il titolo edilizio e assumere, se del caso, i provvedimenti conseguenti.

Tale accertamento, evidenziano i giudici amministrativi, non risulta essere stato compiutamente svolto dal Comune.

I giudici amministrativi osservano che è anche condivisibile quanto rilevato dal ricorrente in ordine al fatto che dubitando l’Amministrazione che lo stesso sia titolare della piena disponibilità di tutti i beni oggetto dell’intervento di ristrutturazione edilizia, anziché esercitare il potere che le compete di controllo (preventivo e successivo) a che l’esercizio dello “ius aedificandi” avvenga in conformità alla disciplina edilizio-urbanistica, ha, invece, finito per dirimere una questione prettamente privatistica, di spettanza , eventualmente, dell’Autorità giudiziaria, e per eccedere quindi dalle proprie funzioni.

Costituisce un consolidato orientamento giurisprudenziale quello per cui il Comune in sede di istruttoria per il rilascio di un titolo edilizio non è chiamato a svolgere accertamenti complessi, dovendo limitarsi a verificare la sussistenza di un titolo legittimante, posto che l’autorizzazione viene emanata facendo comunque salvi i diritti dei terzi e, quindi, senza pregiudicare la possibilità per eventuali privati controinteressati di far valere le proprie ragioni nelle sedi competenti.

Per il Tar, non spetta al Comune verificare l’esistenza di eventuali fattori limitativi, preclusivi o estintivi dello ius aedificandi esercitato dal richiedente il titolo edilizio.

Non è certo all’interno del procedimento amministrativo che devono essere risolti eventuali conflitti tra confinanti e/o comproprietari in ordine alla titolarità e/o all’esercizio della facoltà dominicali.

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