Distanze tra edifici, un caso di esonero secondo la Corte di Cassazione | Geometra.info

Distanze tra edifici, un caso di esonero secondo la Corte di Cassazione

La pronuncia sul rispetto delle distanze legali previste per le costruzioni al confine con piazze, vie pubbliche o strade di proprietà privata gravate da servitù pubbliche di passaggio

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Le costruzioni a confine con le piazze, vie pubbliche o strade di proprietà privata, gravate da servitù pubbliche di passaggio, sono esonerate dal rispetto delle distanze legali.

È quanto stabilito dalla Corte di Cassazione nell’Ordinanza n. 27364/2018 del 29 ottobre 2018 su un ricorso proposto da due cittadini che, proprietari di un manufatto sito nel centro abitato di Sant’Agata di Militello in provincia di Messina, agivano per ottenere la demolizione di un fabbricato prospiciente ed affacciante come il loro edificio su via pubblica, che assumevano essere stato edificato in violazione della distanza di 10 metri rispetto alla loro frontistante parete finestrata.

Distanza tra edifici, la normativa di riferimento ed i chiarimenti della Corte di Cassazione

In tema di distanza tra edifici, si fa riferimento all’art. 9, comma 2 del D.M. n. 1444/1968 , il quale prescrive l’obbligo di osservare una distanza minima di 10 metri tra pareti finestrate ed edifici antistanti.

Essendo norma nazionale, l’art.9 del D.M. n. 1444/1968 prevale sulle eventuali norme diverse da essa contenute nei regolamenti edilizi comunali, facendo risultare dunque illegittima ogni altra previsione regolamentare che vi si pone in contrasto.

Ma cosa succede nel caso in cui tra i due edifici antistanti vi è interposta una strada pubblica?

La Corte di Cassazione da importanti chiarimenti in merito. Nell’Ordinanza n. 27364/2018 summenzionata infatti, accertato il carattere pubblico della strada interposta tra i due edifici, la Cassazione ricorda che l’art. 879, comma  2 c.c., prevede che “alle costruzioni che si fanno in confine con le piazze e le vie pubbliche non si applicano le norme relative alle distanze, ma devono osservarsi le leggi e i regolamenti che le riguardano”, richiamando il principio secondo il quale l’esonero dal rispetto delle distanze legali tra dette costruzioni, previsto dall’art. 879, comma 2 c.c. attiene più che alla proprietà del bene, all’uso concreto di esso da parte della collettività, subordinando così, quanto specificato dalle norme del regolamento edilizio locale che, essendo integrative (non potendo porsi in contrasto) alla norma del Codice Civile, risultano essere secondarie rispetto a quest’ultima.

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Il fatto

Due cittadini, proprietari di un manufatto sito nel centro abitato di Sant’Agata di Militello (ME), agivano per ottenere la demolizione di un fabbricato prospiciente ed affacciante come il loro edificio su via pubblica, che assumevano essere stato edificato in violazione della distanza minima  di 10 metri rispetto alla loro frontistante parete finestrata.

Il Tribunale di Patti però, essendo entrambe le costruzioni separate per tutta la loro estensione frontale da un vicolo iscritto nell’elenco delle pubbliche vie comunali della città, con Sentenza n. 905/2003 rigettava la domanda di demolizione e arretramento dell’edificio prospiciente proposta dagli attori, in base all’art. 879, comma 2 c.c. in forza del quale “alle costruzioni che si fanno in confine con le piazze e le vie pubbliche non si applicano le norme relative alle distanze”.

La sentenza veniva a sua volta impugnata in appello dagli attori che, censuravano come errate l’interpretazione e l’applicazione che dell’art. 879, 2 comma c.c., atteso che avrebbero dovuto trovare applicazione “le leggi e i regolamenti” ai quali faceva riferimento la seconda parte del citato comma 2 (che si identificavano nell’art. 57 del Regolamento Edilizio del Comune di S. Agata Militello e nell’art. 9 del D.M. n. 1444/1968), che prevedevano l’inderogabile distanza minima e assoluta di metri 10 tra pareti finestrate degli edifici frontistanti, a prescindere dall’eventuale esistenza di una via pubblica (che peraltro gli appellanti escludevano).

Con Sentenza n. 707/2013, la Corte d’Appello di Messina, accoglieva l’appello principale e condannava gli appellati ad arretrare il loro fabbricato, nella parte frontistante il fabbricato degli appellanti, sino alla distanza di 10 metri dall’antistante parete finestrata del fabbricato degli appellanti.

Contro questa pronuncia infine, è stato proposto ricorso per cassazione sulla base di sei articolati motivi.

I chiarimenti e le decisioni della Corte di Cassazione

La Corte di Cassazione, analizzati  i motivi del ricorso proposto dagli appellati, ritiene fondati ed accoglie i due motivi riguardanti rispettivamente l’errata interpretazione da parte della Corte di merito dell’art. 879, comma 2 c.c. e la violazione e/o falsa applicazione degli artt. 872, 873 e 879 c.c., nonché dei principi generali dei diritti in tema di rapporti di vicinato e pubblica utilità.

Per esprimersi in merito, la Corte di Cassazione evidenzia che l’art. 879, comma 2 c.c., prevede che “alle costruzioni che si fanno in confine con le piazze e le vie pubbliche non si applicano le norme relative alle distanze, ma devono osservarsi le leggi e i regolamenti che le riguardano”.

Secondo la Corte di Cassazione infatti, la sentenza impugnata ha affermato, con valutazione non censurabile (né specificamente censurata con l’appello), che l’area sulla quale si affacciava il fabbricato dei ricorrenti andasse classificata come ‘via pubblica’, alla stregua della presunzione di demanialità ex art. 22, all. F, L. n. 2248/1865, rimasta insuperata in giudizio.

Nonostante ciò però, la Corte di merito ha ritenuto applicabile la disciplina del D.M.  n. 1444/1968 e, con essa, la previsione delle distanze, attraverso il tramite del Regolamento edilizio locale, pervenendo a tale conclusione attraverso il richiamo generale che il menzionato secondo comma dell’art. 879 fa alla regola dell’osservanza, comunque, “delle leggi e dei regolamenti che le riguardano” (tra cui, appunto, quelle del D.M. n. 1444/1968). Secondo tale Corte infatti, l’eccezione relativa alla viabilità a fondo cieco, nella specie al ‘vicolo’, non significherebbe che le distanze tra i fabbricati indicate nel citato D.M. non trovino applicazione in dette aree chiuse, bensì soltanto che non avrebbero applicazione le maggiorazioni delle distanze, poste dall’art. 9 in rapporto proporzionale con la larghezza della strada destinata al traffico veicolare, ma resterebbe pur sempre applicabile la regolazione generale della distanza minima di metri 10.

Per la Corte di Cassazione però, questa tesi non è condivisibile e ne spiega i motivi:

  • il recupero della regolazione delle distanze tramite l’enfatizzazione della formula generale dell’ultima parte del secondo comma dell’art. 879 c.c. comporta un effetto palesemente distorto, per cui la medesima disposizione finisce contemporaneamente per negare (comma secondo, prima parte) e per affermare (comma secondo parte seconda) l’applicabilità delle norme sulle distanze;
  • la parte prescrittiva che rinvia alle ‘leggi e regolamenti’ intende piuttosto riferirsi alla disciplina (riguardante non già le “distanze” bensì i “fabbricati”) che non interferisce con la tutela del Codice Civile, inoperante, quanto alle distanze, rispetto alle pubbliche strade e piazze.

richiamando per l’appunto, il principio secondo il quale l’esonero dal rispetto delle distanze legali per le costruzioni a confine con le piazze, le vie pubbliche e le strade di proprietà privata gravate da servitù pubbliche di passaggio, attiene più che alla proprietà del bene, all’uso concreto di esso da parte della collettività e precisando che:

  • le disposizioni di legge e regolamentari tra le quali, fra l’altro, il codice della strada ed il relativo regolamento di esecuzione, cui rinvia l’art. 879, comma 2 c.c., per il caso delle costruzioni “in confine con le piazze e le vie pubbliche”, non sono dirette alla regolamentazione dei rapporti di vicinato ed alla tutela della proprietà, ma alla protezione di interessi pubblici, con particolare riferimento alla sicurezza della circolazione stradale facendo ritenere insussistente un diritto soggettivo suscettibile di dar luogo a tutela ripristinatoria (Cass. n. 5204/2008).
  • le norme sulle distanze fra costruzioni contenute in leggi speciali e regolamenti edilizi locali hanno carattere integrativo delle disposizioni del codice civile sui rapporti di vicinato (artt. 872 e 873 c.c.) facendo ritenere esclusa la riduzione in pristino se tra i fabbricati siano interposte strade pubbliche, ancorchè la norma edilizia locale applicabile prescriva che la distanza minima prevista debba essere osservata anche nel caso in cui tra i fabbricati siano interposte aree pubbliche (Cass. n. 3567/1988; Conf. Cass. n. 2436/1988; Cass. n. 5378/1996).

accogliendo infine i motivi di ricorso succitati, assorbendo i rimanenti e revocando l’ordine di demolizione e arretramento della costruzione chiamata in giudizio

 

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