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Relazione peritale: ecco come il Ctu parla al giudice

La relazione peritale, come strumento di collegamento tra mondo giuridico e tecnico-scientifico. Il nostro esperto Serena Pollastrini ne analizza i limiti

relazione peritale - CTU
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L’unico strumento di comunicazione tra il ctu e il giudice ha un nome ed è la relazione peritale, l’unico mezzo ammesso al ctu per intervenire nel procedimento giudiziario.

Il Codice di Procedura Civile non offre una definizione giuridica della consulenza tecnica, limitandosi ad indicare solo la situazione in cui può essere prevista: “quando è necessario, il giudice può farsi assistere, per il compimento di singoli atti o per tutto il processo, da uno o più consulenti“.

Il tecnico, apportando il proprio contributo, deve tener conto che la sua funzione è soprattutto quella di “illuminare” il giurista sul contenuto degli interessi che attengono al caso specifico, affinché la valutazione e l’armonizzazione di essi, sia rispondente il più possibile alla realtà.

A sua volta il giudice non può essere estraneo alla realtà dei fatti, il quale, per poter valutare la conformità o meno alla legge di un fatto, deve poter possedere le nozioni sufficienti ad analizzare dati ed eventi, utili a ricostruire lo stesso.

Scopo della norma è dunque quello di far confluire in un’unica decisione giudiziale i risultati di due diverse esperienze: quella del tecnico e quella del giurista.

A quest’ultimo spetta il difficile compito di assimilare e di condurre alla sintesi le notizie fornite dal tecnico; ma è altrettanto vero che spetta al tecnico il compito, forse non meno complicato, di offrire al giudice nozioni che siano, nel medesimo tempo, esatte dal punto di vista scientifico, comprensibili, facilmente assimilabili e tali da cogliere il profilo giuridicamente interessante della questione.

La dottrina e la giurisprudenza non hanno sempre avuto la medesima considerazione sulla natura e finalità della perizia tecnica.

Il Codice di procedura civile considera l’opera del consulente tecnico, come l’ausilio fornito al giudice da un suo collaboratore, per cui la consulenza non va considerata come prova di per sé, ma costituisce un mezzo di controllo della prova affidato ad un esperto dotato di particolare competenza tecnica in materia, con conseguente possibilità per il giudice di dissentire dai risultati cui perviene il consulente.

In ambito civile l’accertamento peritale acquisisce dunque, una funzione strumentale ed opzionale, in quanto il giudice può decretare se usufruire o meno del parere dell’esperto per la formulazione del giudizio e in sintesi, possiamo considerare le attività che competono al consulente tecnico, un confronto interdisciplinare fra diritto e scienze sociali, un’integrazione al compito del giudice, che agisce comunque come peritus peritorum, ovvero, decisore ultimo.

La relazione della consulenza tecnica è un mezzo istruttorio sottratto alla disponibilità delle parti e affidato al prudente apprezzamento del giudice del merito, il quale vi ricorre quando risulta necessario, per accertare i fatti del procedimento, l’impiego di conoscenze tecniche o scientifiche particolari che vanno al di là della cultura media, e delle quali Egli non dispone.

La CTU è uno strumento di valutazione, sotto il profilo tecnico-scientifico, di dati già acquisiti che non può essere utilizzato al fine di esonerare le parti dall’onus probandi gravante su di esse e può contenere elementi idonei a formare il convincimento del giudice.

Tuttavia, nell’ammettere il mezzo stesso, il giudice deve attenersi ad un limite implicito e che consiste nella sua funzionalità  alla risoluzione delle questioni di fatto, dove le cognizioni sono  esclusivamente di ordine tecnico.

La conseguenza che ne deriva, quindi, è che, qualora il giudice erroneamente affidi al consulente lo svolgimento di accertamenti e la formulazione di valutazioni giuridiche o di merito inammissibili, non può risolvere la controversia in base ad un richiamo alle conclusioni del consulente stesso.

Il giudice può condividere tali conclusioni all’interno di un’autonoma motivazione, basata sulla personale valutazione degli elementi di prova legittimamente acquisiti al processo, dando sufficiente ragione del proprio convincimento e tenendo conto delle contrarie deduzioni delle parti che siano sufficientemente specifiche.

Non è escluso, tuttavia, che il giudice disattenda le conclusioni della consulenza tecnica d’ufficio, senza dover disporre un’ulteriore perizia, purché, a sua volta, disponga di elementi istruttori e di cognizioni proprie, integrati da presunzioni e da nozioni di comune esperienza sufficienti a dar conto della decisione adottata. Tutto ciò rientra nel suo potere discrezionale.

In realtà, il Giudice può affidare al consulente tecnico non solo l’incarico di valutare i fatti da lui stesso accertati o dati per esistenti (consulente deducente), ma anche quello di accertare i fatti stessi (consulente percipiente).

Nel primo caso la consulenza presuppone l’avvenuto espletamento dei mezzi di prova ed ha per oggetto la valutazione dei fatti i cui elementi sono già stati completamente provati dalle parti.

Nel secondo caso, la consulenza può costituire essa stessa fonte oggettiva di prova, purché la parte quanto meno deduca il fatto che pone a fondamento del proprio diritto e l’accertamento implichi cognizioni tecniche che il Giudice non possiede.

In nessun caso, tuttavia, la consulenza può servire ad esonerare la parte dal fornire la prova che le spetta di fornire in base ai principi che regolano l’onere relativo.

Peraltro, giova sottolineare che, nel caso di fatti il cui accertamento richieda l’impiego di un sapere tecnico qualificato, l’onere si riduce all’allegazione, spettando poi al giudice, decidere se ricorrano o meno le condizioni per ammettere la consulenza.

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