Ristrutturazione abusiva: sanzioni più severe nella regione Lazio | Geometra.info

Ristrutturazione abusiva: sanzioni più severe nella regione Lazio

Un caso di ristrutturazione abusiva e sanzioni più severe rispetto al testo Unico Edilizio. Ecco un caso affrontato nelle aule di giustizia

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In caso di ristrutturazione abusiva, l’art. 16 della Legge Regionale del Lazio n. 15/2008 contempla sanzioni più severe rispetto alla normativa nazionale del Testo Unico Edilizia (l’art. 33 del D.P.R. n. 308/2001), prevedendo la sanzione demolitoria insieme a quella pecuniaria e non in via alternativa, senza la possibilità di evitare la demolizione attraverso la monetizzazione dell’abuso.

A livello di normativa statale, in caso di ristrutturazione abusiva, è applicabile la norma statale l’art. 33 del T.U. n. 308/2001, che in generale prevede la sanzione della rimessione in pristino e solo qualora essa non sia possibile “sulla base di motivato accertamento dell’ufficio tecnico comunale”, dispone che si applichi una sanzione pecuniaria, commisurata all’aumento di valore dell’immobile.

La stessa norma nazionale prevede, inoltre, al comma 3, che “Qualora le opere siano state eseguite su immobili, anche se non vincolati, compresi nelle zone omogenee A, di cui al decreto ministeriale 2 aprile 1968, n. 1444, il dirigente o il responsabile dell’ufficio richiede all’amministrazione competente alla tutela dei beni culturali ed ambientali apposito parere vincolante circa la restituzione in pristino o la irrogazione della sanzione pecuniaria di cui al precedente comma. Qualora il parere non venga reso entro novanta giorni dalla richiesta il dirigente o il responsabile provvede autonomamente”.

La possibilità di irrogare la sanzione pecuniaria rimane anche quando la Soprintendenza, nonostante regolare richiesta di parere, non si sia pronunciata.

L’art. 16, comma 5, della L.R. del Lazio n. 15/2008, in caso di ristrutturazione abusiva, prevede: “Qualora le opere siano state eseguite su immobili anche non vincolati compresi nelle zone omogenee A di cui al decreto del Ministro dei lavori pubblici del 2 aprile 1968… il dirigente o il responsabile della struttura comunale competente decide l’applicazione delle sanzioni previste al comma 4” previa acquisizione del parere della Soprintendenza di cui si è detto e “fermo restando quanto ivi stabilito nell’ipotesi di mancato rilascio dello stesso.”

Le sanzioni di cui al richiamato comma 4 sono “la demolizione e il ripristino dello stato dei luoghi” a cura e spese del responsabile e “una sanzione pecuniaria da 2 mila 500 euro a 25 mila euro”.

La sanzione applicabile è quindi una sanzione ripristinatoria, congiunta ad una pecuniaria che però ha soltanto funzione afflittiva, perché non rappresenta in alcun modo, come invece previsto dall’art. 33, l’equivalente in danaro del vantaggio conseguito con l’abuso.

La sanzione ripristinatoria e la sanzione pecuniaria afflittiva si applicano congiuntamente, e non c’è la possibilità che la demolizione sia evitata monetizzando, per così dire, l’abuso.

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