Nulla-osta VVF e agibilita' degli edifici | Geometra.info

Nulla-osta VVF e agibilita’ degli edifici

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Consiglio di Stato

in sede giurisdizionale (Sezione Quarta)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 9674 del 2010, proposto da:

Ministero della Giustizia – Direzione Generale per la Gestione e

Manutenzione Edifici Giudiziari di Napoli, Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, Presidente della Corte di Appello di Napoli, Presidente del Tribunale di Napoli, Ispettorato Regionale della Campania del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, rappresentati e difesi dall’Avvocatura, domiciliata per legge in Roma, via dei Portoghesi, 12;

contro

Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Napoli, rappresentato e difeso dagli avv. Giovanni Leone, Riccardo Satta Flores, con domicilio eletto presso Claudia De Curtis in Roma, via Marianna Dionigi, 57; Francesco Landolfo, Sindacato Forense di Napoli, Camera Civile di Napoli, Codacons-Coordinamento delle Associazioni per la Difesa dell’Ambiente e dei Diritti degli Utenti e dei Consumatori, Cisl Fps Federazione Lavoratori Pubblici e dei Servizi di Napoli;

nei confronti di

Associazione Forense Toghe Napoletane;

per la riforma

della sentenza del T.A.R. CAMPANIA – NAPOLI: SEZIONE I n.07140/2010, resa tra le parti, concernente , il trasferimento di Sezioni ed Uffici del Tribunale di Napoli e della relativa Corte d’Appello presso il Centro direzionale di Napoli.

Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;

Visto l’atto di costituzione in giudizio di Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Napoli;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell’udienza pubblica del giorno 18 ottobre 2011 il Cons. Umberto Realfonzo e uditi per le parti gli avvocati Giovanni Leone e Cristina Gerardis (Avv. St.);

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

FATTO e DIRITTO

Con il gravame di cui in epigrafe il Ministero della Giustizia impugna la sentenza del TAR Campania con cui, in parziale accoglimento del ricorso di primo grado, esso ha annullato il provvedimento del Direttore Generale per la Gestione e la Manutenzione degli uffici giudiziari di Napoli del 30 settembre 2005, concernente il trasferimento delle Sezioni e degli uffici del Tribunale di Napoli, della Corte di Appello di Napoli e dell’Ufficio N.E.P. nel nuovo palazzo di giustizia sito nelle Torri A e B del Centro direzionale di Napoli.

L’appello dell’Avvocatura generale, senza l’intestazione di apposite rubriche, è affidato alla denuncia di un’unica articolata censura con cui chiede l’annullamento della decisione o, in subordine, la declaratoria della cessazione della materia del contendere per l’evoluzione della fattispecie. L’appellato Consiglio dell’Ordine si è costituito in giudizio, producendo memoria, con annesso ricorso incidentale, con cui in linea preliminare ha contestatola fondatezza dell’appello principale e, in via subordinata, ha impugnato incidentalmente la sentenza di primo grado per l’erroneità dell’accoglimento di alcune eccezioni di inammissibilità riproducendo inoltre, nel merito, le censure introdotte in primo grado non esaminate, o disattese, dal TAR.

Con ordinanza n. 5872/2010 la Sezione ha accolto l’istanza di sospensione cautelare della sentenza in considerazione sia del sopravvenire del provvedimento di conferma del parere favorevole all’esercizio dei nuovi locali, sia dell’allora imminente verifica dell’idoneità delle misure antincendio in conformità alle sopravvenute disposizioni del D. M. del 22 febbraio 2006.

Con memoria per la discussione le parti appellanti hanno sottolineato le argomentazioni a sostegno dell’appello principale e confutato le censure del ricorso incidentale. Chiamata all’udienza pubblica,uditi i patrocinatori delle parti, la causa è stata ritenuta in decisione.

1) Le amministrazioni appellanti assumono che l’annullamento operato dal primo giudice sarebbe stato fondato su di un’erronea premessa in punto di fatto relativa all’asserita assoluta assenza del certificato di prevenzione incendi.

Il TAR avrebbe inesattamente escluso il valore di “abilitazione provvisoria” delle due relazioni tecniche del 26 febbraio 2006 per la Torre A e del 31 gennaio 2007 per le Torri B e C; e, in conseguenza, non sarebbe risultato l’adempimento delle prescrizioni dettate al Comando Vigili del Fuoco e non sarebbero stati ancora completati gli adempimenti per ottemperare a tutte le richieste. Al contrario la relazione tecnica del 24 febbraio 2006, definita “nota di collaudo antincendio finale torre A” protocollo n. 651/2006, aveva specificamente autorizzato l’esercizio della ricostruita torre A proprio sul presupposto della avvenuta ultimazione dell’attuazione delle prescrizioni in precedenza impartite con la nota del 30 novembre 2005 e con le condizioni colà poste (es. divieto di fornelli a gas o elettrici; monitoraggio impianti elettrici e di condizionamento; previsione di squadra di manutenzione antincendi, presidio antincendi; elaborazione piano di emergenza; servizi prevenzione e sicurezza).

Analogamente la nota del Comando Provinciale dei Vigili del Fuoco del 31 gennaio 2006 autorizzava la prosecuzione dell’esercizio delle Torri B e C, prescrivendo l’adozione immediata di alcune misure e di altre più complesse che dovevano essere attuate in un tempo non superiore a sei mesi tra cui la realizzazione dell’impianto antincendio a pioggia (cd. sprinklers), che costituiva un rafforzamento del livello di sicurezza. Con tale prescrizione, però, essa aveva anticipato i contenuti tecnici previsti dal decreto del 22 febbraio 2006 (pubblicato solamente il successivo 2 marzo 2006), il quale, tuttavia, a tal fine prescriveva il limite di cinque anni dall’entrata in vigore del decreto stesso.

Pertanto, come certificato dalla nota 22 ottobre 2010, il Comando dei Vigili del Fuoco aveva dato atto che il 30 giugno 2010 erano stati ultimati e collaudati positivamente, il 19 luglio 2010, i lavori dell’impianto sprinkler al servizio delle Torri B e C e dei locali del primo lotto di lavori. Quindi, l’annullamento operato dal TAR del trasferimento gli uffici giudiziari presso il nuovo palazzo di giustizia del Centro direzionale di Napoli non sarebbe stato comunque giustificato, dato che, nel mutato quadro normativo di cui all’articolo1, comma 3° del DM 22 febbraio 2006,in ogni caso gli edifici già esistenti, se muniti nulla osta provvisorio rilasciato ai sensi della legge 7 dicembre 1984, n. 818, potevano comunque procedere all’adeguamento delle prescrizioni stabilite al Tit. IV dell’allegato al predetto decreto “…entro cinque anni dall’entrata in vigore dello stesso…”.

In relazione alla indubbia natura di nulla-osta provvisorio delle due note sopra citate, sarebbe stato dunque evidente che la fattispecie in esame doveva essere ricondotta all’ipotesi descritta dalla normativa richiamata, così come riconosciuto dallo stesso Comitato Provinciale dei Vigili del Fuoco con la nota del 22 ottobre 2010, prot. n. 24492, con cui si riteneva “… di poter riconfermare il parere favorevole all’esercizio delle torri di cui alle note del comando emesse in data 31 gennaio 2006 n. 2545 ed in data 24 febbraio 2006 n. 2651”.

In via subordinata, l’appellante assume che, anche a voler considerare come “condizione sospensiva” l’adozione di alcune prescrizioni tecniche, la favorevole valutazione del Comando Nazionale dei Vigili del Fuoco, relativa all’avvenuto adempimento delle prescrizioni tecniche, costituirebbe il realizzarsi, notoriamente con effetto retroattivo, della medesima condizione; per cui nel caso i provvedimenti impugnati avrebbero perso qualsiasi parvenza di pretesa illegittimità, così essendosi comunque superati tutti i motivi di ricorso.

L’assunto merita di essere condiviso negli esclusivi sensi che seguono. Come esattamente osservato dalla Sezione in sede cautelare, l’aspetto rilevante della questione concerne il fatto che, al di là del nomen juris, le due “relazioni tecniche” del 26 febbraio 2006 per la Torre A e del 31 gennaio 2006 per le Torri B e C, certamente avevano forza e valore di abilitazione provvisoria, come sarebbe dimostrato:

— dalla stessa espressa qualificazione data loro dal Comando Provinciale ;

— dal fatto che, con la prima “nota di collaudo antincendio finale torre A” protocollo n. 651/2006 era stata autorizzata la messa in esercizio della ricostruita torre A;

— dalla natura indubbiamente autorizzatoria alla prosecuzione dell’esercizio nelle Torri B e C, sia pure con nuove prescrizioni, della seconda nota;

— dal successivo esplicito provvedimento dello stesso Comando Provinciale dei Vigili del Fuoco con cui si era ritenuto “di poter confermare il parere favorevole all’esercizio delle Torri di cui alle note del Comando emesse in data 31 gennaio 2006 prot. 2545 (relativa alle torri B e C e in data 24 febbraio 2006 “.

Inoltre il TAR non avrebbe tenuto conto del fatto che, antecedentemente al provvedimento del 30.9.2005, erano comunque stati rilasciati dai tecnici incaricati, sia il “certificato di conformità” alla normativa antincendio del 19.4.2004 e sia, il “certificato di prevenzione” antincendio del 27.12.2004. Al riguardo, contrariamente a quanto apoditticamente ritenuto in primo grado, esattamente l’Amministrazione ha ricordato di aver operato in osservanza delle vigenti prescrizioni per la sicurezza antincendio, di cui all’art. 3 del D.P.R. 12 gennaio 1998 n. 37 (oggi abrogato dall’articolo 12, comma 1, lettera b), del D.P.R. 1° agosto 2011, n. 150), secondo il quale “L’interessato, in attesa del sopralluogo, può presentare al comando una dichiarazione, corredata da certificazioni di conformità dei lavori eseguiti al progetto approvato, con la quale attesta che sono state rispettate le prescrizioni vigenti in materia di sicurezza antincendio e si impegna al rispetto degli obblighi di cui all’art. 5. Il comando rilascia all’interessato contestuale ricevuta dell’avvenuta presentazione della dichiarazione che costituisce, ai soli fini antincendio, autorizzazione provvisoria all’esercizio dell’attività”.

La sentenza al riguardo non indica, infatti, alcuna eventuale ragione di diritto per cui, nella specie, la predetta disciplina non avrebbe dovuto trovare ordinaria applicazione. In tale scia dunque, al momento del provvedimento, il profilo antincendio era assicurato dalla predetta autorizzazione provvisoria conseguente alla dichiarazione certificata del 27/12/2004, attestante l’osservanza delle prescrizioni vigenti in materia di sicurezza antincendio. Successivamente il Comando provinciale dei Vigili del fuoco di Napoli si è pronunciato sul collaudo antincendio con le due ricordate Relazioni Tecniche, entrambe favorevoli all’esercizio (sia pure corredato – come è sovente usuale in questo campo — con una serie articolata di condizioni e prescrizioni), le quali, in ogni modo, non recavano alcuna condizione sospensiva della facoltà di “esercitare” i locali.

L’introduzione di prescrizioni non faceva dunque venir meno la natura sostanzialmente autorizzatoria del nulla-osta provvisorio. Al riguardo, una volta poste le condizioni, la verifica della loro concreta ed efficace attuazione costituiva una facoltà esclusiva del Comando dei Vigili del Fuoco, come tale attinente a profili di stretta discrezionalità tecnica. L’attività di prevenzione e di estinzione degli incendi costituisce, in vero, un servizio pubblico essenziale volto ad assicurare l’incolumità delle persone e la tutela dei beni materiali e dell’ambiente (cfr. Corte costituzionale, 03 aprile 1996, n. 97), esclusivamente riservato agli organi istituzionalmente a ciò deputati.

Pertanto, non essendo intervenuto alcun provvedimento interdittivo del Comando Provinciale dei VV.FF., le prescrizioni sia strutturali che gestionali, di per sé, non costituivano ostacolo all’attivazione delle Torri. Erroneamente poi la sentenza avrebbe argomentato l’annullamento fondandolo sul fatto che non vi sarebbe stato l’accertamento dell’adempimento delle prescrizioni. Al contrario, in assenza di uno specifico atto di accertamento delle relative inadempienze del Comando Provinciale, non vi era prova che queste non fossero state totalmente osservate, per cui avevano pieno vigore le autorizzazioni ed i nulla osta provvisori che legittimavano il predetto esercizio delle Torri.

Anche sotto il profilo sostanziale, l’insussistenza in concreto di profili di illegittimità della certificazione provvisoria, e di conseguenza l’erroneità della sentenza impugnata, sono indirettamente dimostrate proprio dal sopravvenire della nota del Comando dei Vigili del Fuoco del 22 ottobre 2010, alla cui stregua:

— in data 30 giugno 2010 risultavano ultimati i lavori dell’impianto di spegnimento automatico (sprinkler) al servizio delle torri a B e C e dei locali del primo lotto di lavori,

— il 19 luglio 2010, essi erano stati positivamente collaudati.

L’appello deve quindi essere accolto e, per l’effetto, deve esser pronunciato l’annullamento della decisione impugnata. L’accoglimento che precede implica, però, la necessità di esaminare tutti i motivi del ricorso introduttivo e dei cinque atti di motivi aggiunti, sia perché sono stati dichiarati inammissibili ovvero non esaminati perché ritenuti improcedibili e sia perché espressamente riproposti con il ricorso incidentale.

Al riguardo si deve anche annotare che la ricordata nota 22 ottobre 2010 produce un mutamento nella situazione di fatto e di diritto rispetto al momento in cui è stato depositato il ricorso, in grado di determinare la sopravvenuta carenza di interesse a ricorrere (ex Consiglio Stato, sez. VI, 24 ottobre 2008 , n. 5267) e di conseguenza nel caso in esame l’improcedibilità di tutte le numerose censure dell’appello incidentale correlate al profilo antincendio.

Tuttavia per ragioni di equità e di giustizia sostanziale, si ritiene di dover comunque procedere all’esame integrale delle censure del ricorso incidentale, anche in considerazione del fatto che questo è in parte inammissibile, in parte irricevibile ed in parte infondato.

2) Secondo una successione logica delle questioni, devono essere affrontate e valutate le censure, originariamente contenute nei diversi atti e qui riproposte, nell’ordine che segue.

2.1) Con un primo motivo (cfr. punto 2 a pag. 13 dell’appello incidentale) il Consiglio dell’Ordine lamenta l’erroneità della sentenza nella parte in cui ha dichiarato l’inammissibilità del quarto e del quinto atto di motivi aggiunti notificati in data 27 luglio 2006 e 15 dicembre 2006, sul rilievo che questi sarebbero stati introdotti, nel corso del giudizio senza una delibera consiliare autorizzativa e senza il rilascio di una nuova procura alle liti, pur essendo, nelle more, cambiato il Presidente del predetto Consiglio.

Al contrario i ricorrenti assumono che:

— la giurisprudenza prevalente, poi confermata con l’art. 24 del c.p.a., avrebbe sempre affermato la non necessità di una nuova procura in caso di motivi aggiunti;

— la sentenza avrebbe violato il principio dell’ultrattività della procura anche dopo il mutamento dell’organo o la morte della persona fisica che aveva sottoscritto la prima procura.

L’assunto va complessivamente respinto. Certamente, in linea di principio, il mutamento del soggetto investito dellarappresentanza legale di una persona giuridica non determina l’inefficacia del mandato “ad litem” originariamente rilasciato dall’organo precedentemente investito del potere rappresentativo, per cui l’avvicendamento nelle cariche è irrilevante con riferimento all’attointroduttivo del giudizio (cfr. Cass. civ., sez. I, 11/12/1999, n. 13881).

Tuttavia, le ragioni di concentrazione processuale e di unitarietà di cognizione giurisdizionale , alla base del giusto principio dell’ordinaria ultrattività della procura ai motivi aggiunti, necessitano di alcune differenziazioni sistematicamente riconducibili alla specialità del processo amministrativo. Quando non vi sia alcun mutamento della rappresentanza dell’ente giuridico pubblico o privato, per l’introduzione dei motivi aggiunti è sempre ordinariamente sufficiente la procura rilasciata, senza limitazioni di sorta, al difensore per l’instaurazione della controversia principale (Consiglio Stato, sez. VI, 29 novembre 2006 , n. 6990). Tale principio, ripreso anche nell’art. 24 del c.p.a., è infatti posto a difesa della parte ricorrente in considerazione del fatto che spesso esigenze di difesa tecnica fanno rendere necessarie ulteriori impugnazioni, senza che a tal fine appaia utile un mandato ad hoc.

Per contro, esattamente sono stati ritenuti inammissibili i motivi aggiunti proposti su una procura a suo tempo rilasciata da chi non era più titolare della carica al momento della proposizione dei motivi aggiunti, cui si connettevano i poteri rappresentativi (arg. ex Consiglio Stato, sez. IV, 27 dicembre 2004, n. 8205).

I “motivi aggiunti” infatti sono pur sempre delle nuove domande e delle nuove impugnazioni (come è stato poi direttamente confermato anche dall’art. 43, II co. del c.p.a.), le quali, come tali, implicano necessariamente valutazioni di politica istituzionale sull’opportunità di tali estensioni del contenzioso e di reperimento di ulteriori risorse a ciò deputate.

Deve al riguardo ulteriormente sottolinearsi che, con riferimento a soggetti collettivi o rappresentativi, il contenzioso costituisce espressione discrezionale di facoltà gestionali connesse con il perseguimento degli scopi sociali, sui quali può influire il mutamento della titolarità dei vertici.

I motivi aggiunti, si riconnettano o meno ad atti nuovi, implicano pur sempre un’autonoma valutazione della fattispecie, alla luce delle sopravvenienze, che deve essere riservata all’organo in carica, anche per evitare i sempre possibili conflitti di interessi, tra le posizioni – non necessariamente coincidenti– assunte dalla vecchia e quelle della nuova rappresentanza istituzionale.

In conclusione in caso di mutamento della rappresentanza istituzionale del soggetto collettivo della società, deve ritenersi necessario il rilascio di una nuova procura per introdurre motivi aggiunti ancorché questi si collochino nel contesto di una precedente impugnazione.

Per questo, esattamente il primo giudice ha dato la giusta rilevanza, ai fini dell’ammissibilità, all’assenza nei verbali delle sedute consiliari ed al mancato conferimento di uno specifico mandato per l’impugnativa dei nuovi provvedimenti concernenti l’attuazione del trasferimento al Centro direzionale, e quindi ha esattamente concluso per l’inammissibilità del quarto e quinti atto di motivi aggiunti.

2.2) Con un secondo motivo, questa volta esattamente, gli appellanti assumono l’erroneità della declaratoria dell’inammissibilità dell’impugnativa avverso gli atti di collaudo per mancata notifica ad almeno uno dei tecnici incaricati.

Il ricorso era invece stato ritualmente notificato all’ing. Salvatore Perrone, in qualità di Ispettore regionale della Campania del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco. Di qui la piena ammissibilità delle censure concernenti l’asserita illegittimità del collaudo. Tutti i relativi motivi vanno comunque disattesi nel merito.

2.2.1) E’ infondata la censura (cfr. n.1 pag. 19 e ss. dell’appello incidentale) per cui la Commissione di Collaudo, peraltro illegittimamente composta da sei membri invece che da tre, come previsto dall’art. 188, co. 5 del D.P.R. n. 554 del 1999, non avrebbe mai operato come collegio perfetto.

Sarebbe addirittura mancata una riunione collegiale dei collaudatori. Al contrario, la norma dell’art. 188 del D.P.R. (oggi abrogato) 21 dicembre 1999, n. 554 (pubblicato sulla G.U. n. 98 del 28 aprile 2000) non si applicava al contratto in questione ai sensi dell’art. 232, secondo comma, perché “Le disposizioni del Regolamento che riguardano il modo o il contenuto delle obbligazioni del contratto si applicano ai contratti stipulati successivamente alla loro entrata in vigore”.

In ogni caso poi, a tutto concedere, l’indicazione di cui all’art 188, 5° co, per cui la commissione è di norma composta da tre membri, costituiva una limitazione più che altro di carattere finanziario, ma non poneva una regola assoluta a pena di illegittimità, come dimostra il fatto che il 6° co-consentiva comunque che nei casi nei quali i collaudatori incaricati non abbiano i requisiti specifici previsti dalla legge per collaudare le strutture, il collaudo statico ben possa essere effettuato da altri tecnici.

Legittimamente, proprio in relazione alla eccezionale complessità strutturale, economica (per € 70 mln. ca.), ed impiantistica delle tre Torri, la stazione appaltante aveva dunque nominato, rispettivamente il 4 ed il 19 gennaio ed il 24 febbraio 2000 ( e quindi prima della pubblicazione del D.P.R. n. 554), tre diverse commissioni di tre tecnici ciascuna, per il controllo dei diversi settori dei lavori ed al riguardo è apodittica e comunque inconferente l’affermazione per cui il collaudo sarebbe stato effettuato in maniera disgiunta.

Di qui l’infondatezza del motivo.

2.2.2) Devono poi essere esaminate congiuntamente le doglianze con cui:

2.2.2.1) si lamenta (cfr. n. 2 pag. 21) che sarebbe mancato il certificato di collaudo tecnico-amministrativo prima del trasferimento degli uffici;

2.2.2.2) si impugna il certificato successivamente prodotto — primo atto di motivi aggiunti sub B) a pag.68-70 – in relazione alle osservazione dei Vigili del Fuoco del 28.11.2005 relativamente alla Torre A;

2.2.2.3) si assume [cfr. punto V del secondo atto di motivi aggiunti sub B) a pag.81-82] l’illegittimità della mancata emissione del collaudo delle opere dell’appalto del 1980.

2.2.2.4) Tutti i predetti motivi vanno respinti.

Il primo capo di doglianza è erroneo, perché, come dimostra proprio il primo atto di motivi aggiunti qui in esame, il collaudo tecnicoamministrativo dell’opera complessiva — e quindi anche dei singoli appalti — era stato depositato presso gli Uffici del SIIT Campania il 22 settembre 2005. Il primo motivo aggiunto ed il quinto capo del secondo atto aggiunto sono dunque infondati oltre che comunque improcedibili. Per quanto riguarda le assunte carenze, sul piano della prevenzione antincendi, del predetto collaudo:

— sono infondate con riferimento alle considerazioni di cui sopra al punto sub 1.§, concernenti il rilievo dell’autorizzazione provvisoria conseguente alla dichiarazione certificata del 27/12/2004;

–sono improcedibili in quanto superate dal sopravvenire della certificazioni circa l’osservanza delle prescrizioni vigenti in materia di sicurezza antincendio, fatta dagli stessi VV.FF. del 22.10.2010.

Entrambi i profili vanno dunque disattesi

2.2.3) L’asserita, ed immotivata, duplicazione degli atti di collaudo (cfr. n.3 pag. 21) è comunque inconferente e generica, in quanto quello che, comunque, rileva è solo il collaudo finale di cui sopra.

2.2.4) Del tutto erroneamente gli appellanti poi affermano che i collaudatori nominati sarebbero stati incompatibili ai sensi dell’art. 188 del d.P.R. n. 554 del 1999 e dell’art. 7 della legge n. 1086/1971, atteso che gli stessi avrebbero presentato osservazioni al vecchio progetto definitivo, e quindi sarebbero risultati coinvolti nella progettazione (cfr. n.3 pag. 21). Innanzitutto, come ricordato in precedenza, la nomina dei collaudatori era avvenuta in vigenza del R.D.25 maggio 1895 n. 350, il quale non poneva comunque alcuna specifica preclusione al riguardo.

Inoltre, in ogni caso, le pretese “interferenze” dei collaudatori sulle progettazioni sono del tutto prive di supporti probatori, il che è rilevante in quanto, per contro, tali circostanze sono radicalmente contestate dall’Amministrazione, la quale nega che i collaudatori abbiano preso parte alle riunioni concernenti la progettazione dell’11 maggio, del 21 giugno e del 9 settembre 1999.

Inoltre, deve negarsi la violazione dell’artt. 7 della L. 5 novembre 1971, n. 1086, in assenza di una puntuale indicazione degli elementi probatori a supporto della censura, attia rivelare, sul piano sostanziale,un concreto conflitto di interessi tra il ruolo di progettazione e quello di collaudazione o comunque la ricorrenza di concrete ragioni di interferenza o di cointeressenza.

Analogamente poi, non sussiste alcuna violazione dell’art. 2 del D.P.R. (oggi abrogato) 22 aprile 1994, n. 425, concernente il collaudo statico delle opere di conglomerato cementizio e a struttura metallica, che contrariamente a quanto afferma l’appellante incidentale, non prevede alcuna restrizione per quanto riguarda la nomina di collaudatori.

2.2.5) Infondate sono poi le affermazioni (cfr. n.4.2 pag. 24) per cui:

— essendo stati incaricati del collaudo in corso d’opera ex LR Campania n.9/1983, i collaudatori non avrebbero potuto redigere il certificato di collaudo statico: al contrario l’art. 5, II co. secondo periodo della predetta L.R. dispone proprio che: “L’attività di vigilanza e controllo del collaudatore si conclude con il certificato di collaudo da rilasciarsi dal collaudatore stesso anche ai sensi e per gli effetti dell’art. 28 della citata L. n. 64 del 1974…”;

— il certificato di collaudo statico non sarebbe potuto intervenire prima dell’ultimazione dei lavori: al contrario l’art. 2 del cit. D.P.R. n. 425/1994 consente che il collaudo statico delle opere di conglomerato cementizio armato e a struttura metallica possa avvenire una volta “…completata la struttura con la copertura dell’edificio… “ e quindi prima dell’ultimazione dei lavori.

3.1) Devono poi respingersi le censure dell’appello incidentale (n.2.3.1 a pag. 16) avverso il punto della decisione del TAR che ha concluso per l’inammissibilità delle censure dirette avverso gli atti di collaudo:

— per difetto di contraddittorio, non essendo stato il gravame di prime cure notificato alle imprese esecutrici dei lavori, che sono legittimate a contraddire rispetto a contestazioni pregiudizievoli per la propria sfera giuridica e per la conservazione e difesa dei relativi atti;

— in considerazione della natura del collaudo tecnico-amministrativo, che è esclusivamente preordinato ad esaminare la conformità dei lavori eseguiti rispetto alle pattuizioni negoziali ed agli elaborati progettuali. Assume al riguardo l’ appellante incidentale che — a parte che due delle imprese erano fallite e la terza era in liquidazione – con il gravame di primo grado non si sarebbe contestato la non conformità dei lavori eseguiti a quanto progettato, ma solo le fasi procedurali del collaudo; — non vi sarebbe stata alcuna necessità di coinvolgere le imprese, cioè soggetti con cui i ricorrenti non avevano mai avuto alcun rapporto; — tale indirizzo, se riportato al campo dell’impugnativa dei permessi di costruire di terzi ,comporterebbe addirittura l’onere di evocare gli esecutori, i quali potrebbero al massimo essere qualificati come semplici interventori; — gli avvocati ed il Consiglio dell’Ordine, normativamente allocato nel Palazzo di

Giustizia, avrebbero il preciso interesse a che gli uffici siano conformi alla normativa vigente. L’assunto complessivamente non convince. Quanto a quest’ultimo proposito non possono nascondersi le notevoli perplessità sulle reali ragioni del gravame di primo grado: l’interesse a non vedersi spostata la sede giudiziaria appare in realtà un interesse di mero fatto e non può realmente essere collegato ad interessi meritevoli di giuridica tutela. In ogni caso, si deve concordare comunque con il TAR che i ricorrenti non hanno un interesse concreto e qualificato per sollevare contestazioni sul collaudo.

In ogni caso, il collaudo di un edificio pubblico, in quanto “probatio operis” è l’operazione mediante la quale si verifica e si certifica la buona esecuzione dell’opera e si rende definitiva la liquidazione del credito dell’appaltatore all’ambito esclusivo del rapporto contrattuale per la realizzazione dei lavori.

Il collaudo ha un rilevo di diritto comune, e costituisce “res inter alios acta” rispetto agli utilizzatori finali della struttura. Esattamente il TAR ha dunque sottolineato come anche un’opera eseguita in difformità potrebbe essere priva di problemi ai fini del trasferimento degli uffici giudiziari; e viceversa un’opera eseguita in conformità, e quindi collaudabile, potrebbe essere invece problematica, qualora fosse successivamente ritenuta inadeguata.

Le gestioni liquidatorie delle imprese (e soprattutto dell’ultima) andavano ritualmente evocate in quanto le censure introdotte — peraltro tutte attinenti a profili di discrezionalità tecnica — prospettavano la violazione di regole primarie stabilite per garantire l’interesse generale alla sicurezza, alla conservazione ed alla funzionalità degli edifici, allo scopo di preservare la sicurezza e l’incolumità delle persone e quindi avrebbero potuto coinvolgere la responsabilità dell’impresa; contrattuale verso la Stazione appaltante; ed extracontrattuale verso i terzi. Inoltre molte delle censure relative alla prevenzione antincendi, concernenti il collaudo del 14.9.2004, vanamente strumentalizzano osservazioni del medesimo collaudatore precedenti l’emissione del certificato stesso, in quanto comunque le stesse appaiono ampiamente superate dalle successive opere, migliorie e certificazioni.

3.2) In conclusione per le considerazioni che precedono deve dichiararsi l’inammissibilità per difetto di contraddittorio nella specie rispettivamente:

— delle censure di cui al n.5 a pag. 24-33, concernenti la certificazione di prevenzione incendi del 14.9.2004;

— delle censure di cui al n. 6 a pag. 34-37, concernenti l’attestazione del 27 dicembre 2004, relativa alla rilasciabilità del Certificato di Prevenzione Incendi;

— della censura di cui al n.7 a pag. 38, concernente l’attestazione del 28 febbraio 2005 dell’avvenuta esecuzione delle opere relative alla prevenzione incendi prescritte dal collaudatore;

— della censura di cui al n.8 a pag. 39,concernente l’attestazione dei 28 febbraio 2005 recante il certificato di collaudo dell’impianto tecnico ed idrico;

— della censura di cui al n.7 a pag. 38, concernente l’attestazione del 28 febbraio 2005 dell’avvenuta esecuzione delle opere relative alla prevenzione incendi “prescritte” dal collaudatore.

4) Con la censura di cui al punto 2.3.3 a pag. 18, l’appellante incidentale censura la sentenza nella parte in cui ha dichiarato l’irricevibilità di tutti i motivi riguardanti la progettazione, sul rilievo che la stessa sarebbe stata risalente a molti anni prima della proposizione del ricorso. Per l’appellante la conoscenza del provvedimento impugnato non sarebbe stata provata e l’Amministrazione non avrebbe dimostrato le indicazioni sulle presunzioni di conoscenza, decorrente dalla data di comunicazioni o notificazioni; comunque la conoscenza dell’atto, non avendo portata generale, non poteva decorrere dalla pubblicazione.

L’assunto non convince. Il quadro complessivo della vicenda, anche in considerazione della peculiare composizione e professionalità della parte originariamente ricorrente (qui tale in sede incidentale), porta ad escludere che la stessa non fosse informata dell’esistenza del progetto ; questo aveva avuto un’enorme notorietà sulla stampa cittadina, nazionale ed anche internazionale, trattandosi di un intervento tra i più grandi in Europa, i cui lavori erano iniziati fin dal 1980; del resto un primo trasferimento del settore penale del Tribunale e della Corte d’appello nelle Torri B e C era avvenuto nel lontano 1995.

In tale prospettiva ed almeno a sottolineare la peculiarità della fattispecie, esattamente il primo giudice, essendo individuabile l’ultimo atto , per così dire utile nel decreto del Provveditore alle OO.PP. del 3 agosto 1999, ha rilevato che il gravame, introdotto più di un lustro dopo, risulta essere stato notificato chiaramente assai oltre termine decadenziale per l’impugnativa di cui all’art. 21 della legge n. 1034 del 1971.

In particolare, sono inammissibili per tardività tutte le censure che coinvolgono direttamente la progettazione, con cui si lamenta che:

4.1) i lavori sarebbero stati eseguiti senza alcuno studio di adeguamento delle strutture alle mutate condizioni di sismicità (cfr. 9.1) e sarebbe mancato il collaudo tecnico-amministrativo delle torri A e B (ma su quest’ultimo punto vedi supra);

4.2). non risulterebbero attività di sistemazione antisismica per la Torre seppure destinata al trasloco degli uffici giudiziari;

4.3). il processo penale avrebbe evidenziato che le Torri A, B e C sarebbero state progettate successivamente al DM 3/6/1981 di inclusione della città di Napoli in zona sismica S6; il progetto di adeguamento non sarebbe mai stato approvato dopo che era venuta meno la deroga all’applicabilità della normativa antisismica (cfr. 9.3); non sarebbe stata rispettata la sopravvenuta normativa antisismica (DM 16/1/1996) con la collocazione in zona sismica S9; e non sarebbero state eseguite opere strutturali;

4.4). dal collaudo statico del 14/12/2001 si sarebbero rilevate notevoli difformità esecutive: ed inadeguatezze strutturali; il progetto di ristrutturazione della Torre A non avrebbe preso in considerazione le risultanze della perizia; e sarebbe stato erroneamente adottato il sistema delle fibre di carbonio tra i componenti del cemento armato;

4.5) sebbene il progetto trasmesso per il parere fosse denominato “esecutivo”, quello trasmesso dal Consiglio Sup.del LL.PP. il 29 luglio 1999 sarebbe stato in realtà un “definitivo”, poi elaborato in soli due giorni ed approvato dal Provveditorato il 3 agosto 1999;

4.6) l’adunanza del Consiglio Superiore dei LL. PP., in esito alle numerose osservazioni, sugli aspetti urbanistico-architettonici, geotecnici, strutturali, avrebbe dovuto dare parere negativo; inoltere il parere del C.S.LL.PP. era obbligatorio ma non vincolante per cui l’autorità amministrativa avrebbe dovuto motivare il proprio dissenso sulle singole osservazioni.

4.7) Le predette censure (da 4.&.1 a 4.&.7) – che peraltro appaiono talvolta meramente insinuatorie, e tal’altra attinenti ad opinabili valutazioni di pura discrezionalità tecnica — devono in conclusione essere dichiarate inammissibili per tardività.

5) Del tutto infondate e comunque inconferenti sono poi:

— l’asserita mancata acquisizione della licenza di abitabilità, ai sensi dell’art. 28 della legge n. 64 del 1974 (cfr. censura n. 9.2 a pag. 41);

— la violazione degli artt. 24-25, e 62 del D.P.R. n. 380/2001 per la mancata acquisizione dell’agibilità per la Torre stessa. A parte che, al termine delle opere strutturali di costruzione, fu emesso prima il collaudo statico dell’opera, ai sensi della legge n. 64 e poi il collaudo finale, nel caso si deve ricordare che, nel caso, si trattava di un procedimento disciplinato in via speciale e derogatoria dal D.L. 16 dicembre 1993, n. 522 (conv. in L .11 febbraio 1994, n. 102).

6) Con il profilo n. 9 (a pag. 41 e ss.) la parte ricorrente incidentale assume di aver interesse all’istruttoria per acclarare quali provvedimenti avesse ritenuto di adottare sull’argomento la Regione Campania in base agli artt. 25 e 26 della legge n. 64 del 1974 e in rapporto alle pretese violazioni della normativa antisismica , istruttoria che il TAR, avendo accolto alcune doglianze, aveva disatteso in ossequio “…ai principi di economia processuale”.

Al contrario, pur in presenza della reiezione di tutti le doglianze delle parti ricorrenti in primo grado, si deve osservare che, come è noto il processo amministrativo è comunque informato al principio di prova (“ei incumbit probatio qui dicit: non qui negat”), per cui, a prescindere dall’assoluta irrilevanza attuale di tale aspetto, se l’appellante incidentale aveva davvero interesse a tale profilo, avrebbe dovuto fare accesso all’Amministrazione regionale onde procurarsi autonomamente tale elemento.

7) Parimenti del tutto priva di consistenza, oltre che inammissibile (cfr. Sez. IV 7 giugno 2004 n.3614, idem 12 dicembre 2005 n.7148), è la mera riproposizione della censura concernente gli elevatori (punto n. 10.1 a pag.51-54), con cui sono state ripetute le doglianze riguardanti disfunzioni relative alla distribuzione degli uffici nei locali disponibili ed il funzionamento degli impianti elevatori del complesso immobiliare.

A prescindere dall’esattezza dell’assunto, esattamente il primo giudice rileva che tali profili non sono sindacabili innanzi al giudice amministrativo nel loro contenuto di merito.

8) Deve poi confermarsi il rigetto operato in primo grado delle censure sui vizi del procedimento.

8.1) In tale prospettiva possono essere confutate unitariamente le doglianze:

— n.11 (a pag. 55-56), per cui la gestione dell’operazione di trasferimento sarebbe stata effettuata senza l’assegnazione degli spazi e la scelta delle destinazioni;

— n. 14 a pag. 58, per cui sarebbe mancato un organico piano di sistemazione,

— n.15 a pag. 59, per cui il parere a maggioranza del 29 gennaio 2002 della Commissione Consultiva sarebbe stato approvato senza che il tema che fosse inserito nell’ordine del giorno, con alcuni qualificati dissensi, e senza occuparsi dell’Ufficio del Giudice di pace.

Le censure sono infondate, inconferenti e inammissibili. La scelta fondamentale qui impugnata è stata operata, in via di principio, dal legislatore , con il D.L. 16 dicembre 1993, n. 522 (conv. in L. n. 102/1994) per il complesso edilizio costituente il nuovo palazzo di giustizia sito nel Centro direzionale della città di Napoli e per l’edificio destinato a nuova sede della Procura della Repubblica presso il Tribunale, anch’esso sito nel Centro direzionale.

Le doglianze formali sono inconferenti, in quanto:

— gli eventuali dissensi dei componenti della Commissione consultiva, per quanto motivati, sono normalmente irrilevanti ai fini della legittimità di un parere, obbligatorio ma non vincolante;

— non è stata indicata alcuna norma regolamentare o di legge che prevedesse l’obbligo di inserimento nell’ordine del giorno per la validità della deliberazione ed è difficilmente credibile che, in ragione della natura speciale della Commissione, i suoi commenti non fossero stati informati sulle attività realizzative in corso;

— gli aspetti logistici attengono a profili di stretto merito, che peraltro appaiono assolutamente superati dall’evolversi degli eventi.

8.2) Deve essere del tutto esclusa l’applicabilità dell’art. 5 della legge n. 392 del 1941, di cui alla doglianza sub. 3.1.6.2 (a pag. 57), che prevede il parere dell’Ufficio tecnico erariale sulla idoneità dei locali prescelti dagli enti locali: in questo caso l’intervento è avvenuto per intervento diretto dell’Amministrazione Centrale attraverso l’Ufficio Speciale (poi incorporato con l’art. 5, co. 3, del d.P.R. n. 55/2001 nel Dipartimento dell’Organizzazione giudiziaria, del Personale e dei Servizi), ai sensi della ricordata speciale normativa di cui al D.L. 16-12-1993 n. 522 ( e legge di conv. n. 102 del 1994) , che ha esercitato le sue funzioni con il supporto della ricordata Commissione Consultiva.

9) Inconsistente è poi l’assunto difetto di motivazione del trasferimento motivata dalle assunte carenze statiche dell’ex Pretura, cui quando per questa sarebbero stati finanziati lavori di adeguamento, posto che vigeva la ricordata scelta strategica di interesse pubblico del legislatore di riunificare il polo giudiziario.

10) Per il medesimo ordine di ragioni, di cui ai punti n.1) e 2.§2.2, cui si rinvia in questa sede, del tutto inesatta e comunque inconferente è l’affermazione (cfr. n. 13 a pag. 58) per cui non risulterebbe inoltre l’approvazione del progetto di variante per l’istallazione dell’impianto antincendio in violazione del D.P.R. 12 gennaio 1998 n.37.

11) Inammissibile, per difetto di legittimazione attiva del ricorrente incidentale, è poi la censura di cui al punto 16.1 (a pag. 60), con cui si lamenta che la Commissione Consultiva non sarebbe stata convocata dalsuo presidente ed alla stessa avrebbero partecipato soggetti estranei alla medesima.

Tale censura è, infatti, strettamente afferente ai diritti dei soggetti nominati nella Commissione, connessi con il loro “munus pubblico” alla partecipazione all’organo; ,ma non è opponibile da terzi estranei alla Commissione.

Se poi i ricorrenti intendono affermare che la Commissione non avrebbe affatto licenziato alcun parere a maggioranza, allora deve concludersi che avrebbero dovuto tutelare nelle sedi proprie la insinuata falsità del verbale del 30.9.2005.

12) Del tutto inammissibile, e comunque inconferente per genericità, è la doglianza di cui al punto 16.4 a pag. 65, per cui vi sarebbero state non meglio specificate presunte incongruenze tra le proposte e le affermazioni relative al trasferimento alla Torre A.

13) Analogamente inconsistenti sono le censure di cui n. 16.2 a pag. 62, per cui i verbali della Commissione Consultiva del 14 e 26 luglio 2005:

— conterrebbero l’affermazione circa la non sussistenza di requisiti antincendio relativi alla c.d. piazza coperta;

— non recherebbero alcun parere favorevole;

— avrebbero evidenziato l’assenza dei requisiti di legge; avrebbero appurato la mancanza di effettiva funzionalità degli uffici, il mancato allestimento degli stessi, e le carenze dei parcheggi. Anche a tal proposito deve sottolinearsi come, – pur astraendo dalla circostanza che l’insinuazione circa l’eventuale falsità, oltre che assolutamente irrilevante nel caso di specie, avrebbe dovuto essere accertata in altra sede giurisdizionale – la censura abbraccia valutazioni di questioni pratiche e gestionali estranee all’ambito proprio del giudizio amministrativo.

14) Del tutto infondata è poi la denuncia della violazione dell’art. 5 della legge 24 aprile 1941, n. 392. L’applicazione di tale disposizione era espressamente esclusa dall’articolo 1 comma II del D.L. 16 dicembre 1993, n. 522 , per cui all’Ufficio Speciale presso il Ministero di grazia e giustizia per la gestione e la manutenzione degli uffici giudiziari della città di Napoli “… sono attribuite, in deroga all’articolo 1 della legge 24 aprile 1941, n. 392 , le attività necessarie a rendere funzionante il nuovo complesso giudiziario e l’edificio destinato a sede della procura della Repubblica presso il tribunale, entrambi siti nel centro direzionale di Napoli, le attività concernenti la gestione, la manutenzione e la conservazione dei beni immobili e delle strutture, nonché quelle concernenti i servizi, compresi il riscaldamento, la climatizzazione, la ventilazione, la telefonia, le reti informatiche, il controllo informatico centralizzato delle strutture, la pulizia e custodia degli immobili e loro pertinenze, e quant’altro necessario per il funzionamento degli edifici giudiziari della città di Napoli”.

15) Per quanto poi concerne il richiamo alla segnalazione della rappresentanza dei lavoratori, circa la pericolosità e cancerogicità della “lana di vetro”, si deve rilevare che, a prescindere dall’approssimazione degli elementi riferiti, la censura è strumentalmente fondata su di un elemento logico, erroneamente dato per scontato, in assenza di un qualunque riscontro probatorio.

In realtà, la letteratura ricorda che, a differenza di altri materiali (es. lana di roccia che notoriamente conteneva asbesto), l’OMS dell’ONU non riporta affatto la lana di vetro tra le fibre pericolose.

Anche la più rigorosa Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Airc) ha posto la lana di vetro (e solo se composta di fibre di diametro inferiore a 3 millesimi di millimetro) tra i prodotti con possibile, ma non certa, attività cancerogena (classe 2B), rilevante solamente per coloro (come i posatori in opera) che vi entrano in ripetuto, diretto ed immediato contatto. Ma tali circostanze non ricorrono nel caso di normali coibentazioni intercluse nelle strutture delle pareti. E qui non è provato il contrario.

16) Con un primo capo di doglianza dei secondi motivi aggiunti(cfr. n. I a pag. 71) si chiede l’annullamento del collaudo perché nella Commissione relatrice all’assemblea generale il Consiglio Superiore Lavori Pubblici sarebbe inserito anche il nominativo del dr. Arredi, per cui si sarebbe violata la norma che impedisce a coloro che si sono interessati alla progettazione a qualsiasi titolo, il divieto di partecipare alle successive fasi e tanto meno a quella di collaudazione delle opere. Di qui l’illegittimità della procedura. L’assunto è infondato.

La genericità e la mancata specificazione della doglianza cerca forse di camuffare implicitamente la portata sostanziale della norma, che attiene però ad una differente fattispecie.

L’art. 28 della L. n.109/1994 (all’epoca vigente ed oggi identicamente trasfuso nell’art. 141, 5° co. del Codice dei Contratti) dispone che “5. Il collaudatore o i componenti della commissione di collaudo non devono avere svolto alcuna funzione nelle attività autorizzative, di controllo, di progettazione, di direzione, di vigilanza e di esecuzione dei lavori sottoposti al collaudo. Essi non devono avere avuto nell’ultimo triennio rapporti di lavoro o di consulenza con il soggetto che ha eseguito i lavori. Il collaudatore o i componenti della commissione di collaudo non possono inoltre fare parte di organismi che  abbiano funzioni di vigilanza, di controllo o giurisdizionali”.

Posto che come è noto l’avviso del C.S.LL.PP., concernente tutti gli aspetti tecnici dei progetti sottopostigli, è obbligatorio, ma non vincolante, ed è previsto dalla legge in funzione di collaborazione istituzionale altamente qualificata, il Consiglio superiore dei lavori pubblici è organo tecnico consultivo (cfr. Consiglio Stato , sez. IV, 10 aprile 2008 , n. 1526) cui non può quindi essere riconosciuta funzioni di amministrazione attiva. Per questo deve dunque escludersi che i suoi pareri possano giuridicamente essere riconducibili a funzioni autorizzatorie, di controllo, di progettazione attiva, o di vigilanza. In conseguenza, sia in vigenza della vecchia normativa che in base alla nuova normativa, i componenti del Consiglio Superiore dei LL.PP. ben possono sempre essere nominati collaudatori delle opere eseguite in base a progetti sottoposto all’avviso del predetto Consiglio.

17) Del tutto inconsistente giuridicamente è il terzo motivo dell’atto aggiunto (cfr n. III a pagina 73-74), con cui si lamenta l’illegittimità del verbale di collaudo, perché effettuato previo “sopralluogo a campione”, nonostante i difetti dell’opera ed il rilevante valore finale di 130 miliardi di lire:

— perché la decisione di procedere con controllo “a campione” ed il giudizio sulla natura ed entità delle imperfezioni costituivano comunque valutazioni tecniche discrezionali;

— perché nemmeno gli appellanti arrivano a contestare realmente la correttezza dell’entità della decurtazione dell’importo di € 100.000;

— perché costituisce un “giudizio di valore” del tutto personale (peraltro non ancorato a reali elementi di fatto) l’affermazione per cui l’opera non poteva essere collaudata e non doveva essere posta in esercizio con l’attuazione del trasferimento negli uffici, in conseguenza degli asseriti scostamenti quantitativi delle prestazioni dell’impresa , poi fallita.

18) Sempre con riferimento alle considerazioni che precedono, deve essere respinta la doglianza di cui al terzo atto di motivi aggiunti (sub D. a pagina 82-87), con cui si riprendono per l’ennesima volta le considerazioni relative alla sicurezza della vecchia sede di Castel Capuano e, per contro, si lamenta la carenza della sicurezza dei nuovi locali, messa in luce dalle prescrizioni del 21 dicembre 1989, prescrizioni non sanate con gli interventi successivi e comunque con il parere dei Vigili del Fuoco del 24 febbraio 2006 per la Torre A e del 31 gennaio 2006 per la torre B. Il motivo è infondato per le ragioni più volte richiamate di cui al punto n.1.§; ed è anche improcedibile per il sopravvenire della nota 22 ottobre 2010, con la quale il Comando dei Vigili del Fuoco adiede dato atto che erano stati ultimati in data 30 giugno 2010 (e positivamente collaudati il 19 luglio 2010), i lavori dell’impianto di spegnimento automatico.

19) In conclusione l’appello principale è fondato e deve essere accolto e per l’effetto deve essere pronunciato l’annullamento della decisione impugnata. Deve invece essere respinto l’appello incidentale perché in parte irricevibile, in parte inammissibile, ed in parte infondato. Le spese, in considerazione dell’assoluta novità e della complessità delle questioni trattate, possono tuttavia essere compensate tra le parti.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta) definitivamente pronunciando sull’appello:

1. accoglie l’appello principale come in epigrafe proposto e per l’effetto riforma la decisione impugnata nella parte in cui aveva accolto il ricorso di primo grado;

2, respinge invece l’appello incidentale, perché in parte inammissibile, in parte irricevibile ed in parte infondato.

3. Spese compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 18 ottobre 2011

con l’intervento dei magistrati:

Paolo Numerico, Presidente

Sandro Aureli, Consigliere

Silvia La Guardia, Consigliere

Umberto Realfonzo, Consigliere, Estensore

Oberdan Forlenza, Consigliere

 

L’ESTENSORE IL PRESIDENTE

DEPOSITATA IN SEGRETERIA

Il 11/11/2011

IL SEGRETARIO

(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)

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