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Valutazione di impatto ambientale e screening: il Consiglio di Stato fa chiarezza

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Massime

Fin dal loro ingresso nel loro ordinamento (dpr 12 aprile 1996), le procedure di Via (Valutazione impatto ambientale) e di screening, pur inserendosi sempre all’interno del più ampio procedimento di realizzazione di un’opera o di un intervento, sono state considerate come dotate di autonomia, in quanto destinate a tutelare un interesse specifico (quello alla tutela dell’ambiente), e ad esprimere al riguardo, specie in ipotesi di esito negativo, una valutazione definitiva, già di per sé potenzialmente lesiva dei valori ambientali; di conseguenza, gli atti conclusivi di dette procedure sono stati ritenuti immediatamente impugnabili dai soggetti interessati alla protezione di quei valori.

La disciplina generale contenuta nelle norme del d.lgs. n. 152 del 2006 (Codice dell’ambiente) configura espressamente la procedura di verifica dell’assoggettabilità a Via come vero e proprio subprocedimento autonomo che si conclude, nel rispetto delle garanzie partecipative, con un atto avente natura provvedimentale, soggetto a pubblicazione.

L’art. 5 sempre del Codice dell’ambiente, nel descrivere l’oggetto della valutazione di impatto ambientale, prevede espressamente che l’autorità competente debba valutare se tale impianto ha un impatto singolo o cumulativo. Del resto, è la stessa ragione giustificativa della procedura che impone di stabilire se quel determinato impianto, essendo connesso con altro, possa arrecare un pregiudizio “complessivo” all’ambiente (Riforma della sentenza del T.a.r. Puglia, Lecce, 23 febbraio 2010, n. 611).

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