Autonomi e liberi professionisti: previdenza integrativa solo individuale? | Geometra.info

Autonomi e liberi professionisti: previdenza integrativa solo individuale?

Nella scelta del fondo più adeguato quali sono i profili che un lavoratore autonomo/libero professionista dovrebbe valutare?

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Al momento la previdenza integrativa su base individuale rappresenta “di fatto” l’unica soluzione accessibile per lavoratori autonomi e liberi professionisti stante la sostanziale assenza di forme pensionistiche collettive di riferimento.
L’unico fondo negoziale di riferimento è, infatti, Fondosanità, per le professioni sanitarie. E’ in corso, in ambito comunitario, una specifica consultazione avviata dall’EIOPA fino al prossimo 5 ottobre sulla possibilità di introdurre un prodotto di previdenza complementare standardizzato e “pan-europeo” (PEPP).
Il sistema di previdenza complementare prevede la distinzione tra forme pensionistiche promosse dalla contrattazione collettiva (fondi pensione negoziali, fondi pensione aperti ad adesione collettiva, fondi pensione preesistenti) e forme pensionistiche individuali (fondi pensione aperti su base individuale e piani individuali pensionistici di tipo assicurativo – PIP).

Dal punto di vista statistico le adesioni su base individuale, soprattutto ai PIP, sono numericamente più consistenti di quelle su base collettiva.
Secondo dati Covip in particolare su un totale di 6,5 milioni di aderenti, alla fine del 2014 i PIP “nuovi” (disciplinati cioè dalla normativa di cui al D.Lgs. n. 252/2005) offerti dalle imprese di assicurazione ne formano la quota maggiore: 2,5 milioni. Includendo anche gli iscritti ai “vecchi” PIP (in commercializzazione prima del 2007 e disciplinati dal D.Lgs. n. 124/1993), ai quali è peraltro preclusa la raccolta di nuove iscrizioni, il segmento dei piani individuali conta a fine anno 2,9 milioni di aderenti, circa il 44 per cento dell’intero sistema della previdenza complementare.
Per quanto riguarda le altre forme previdenziali, alla fine del 2014 i fondi negoziali contano 1,9 milioni di unità, i fondi pensione aperti 1 milione di aderenti e i fondi preesistenti circa 650.000.

Dall’avvio della riforma del 2005, rimarca ancora la Covip, i PIP hanno raccolto circa il 60 per cento delle nuove iscrizioni. Va poi ricordato come al momento la previdenza integrativa su base individuale rappresenta “di fatto” l’unica soluzione accessibile per lavoratori autonomi e liberi professionisti stante la sostanziale assenza di forme pensionistiche collettive di riferimento.

L’unico fondo negoziale di riferimento è, infatti, Fondosanità, per le professioni sanitarie, che accoglie anche i dipendenti privati del settore sanitario. E’ stato invece dichiarato decaduto all’inizio del 2015 Futura, promosso come patrimonio di destinazione dalla Cassa italiana di previdenza e assistenza dei geometri liberi professionisti. La decadenza, si legge nella Relazione annuale della Covip, è stata dichiarata a causa del mancato raggiungimento della base associativa minima prevista dalle fonti istitutive nel termine dei 18 mesi dal rilascio dell’autorizzazione e dell’ulteriore periodo di proroga di 12 mesi concessi dalla Covip secondo le vigenti disposizioni normative. Il fondo pensione Futura ha allora avviato la fase di liquidazione, riconoscendo ai propri iscritti la possibilità di riscattare la propria posizione ovvero di trasferirla verso altra forma pensionistica. Per completezza di esposizione va ricordato come un fondo territoriale, Solidarietà Veneto, accoglie alcune categorie di lavoratori autonomi operanti nel Veneto.

La “lettura” della Covip
Per consentire una scelta “ponderata” della soluzione previdenziale va ricordato come la Covip, così come ha ricordato la stessa Autorità di Vigilanza nel corso di una recente Audizione parlamentare, è intervenuta in ambito regolamentare più volte, disciplinando oltre alla trasparenza sul piano generale, la confrontabilità fra le diverse offerte previdenziali e l’informativa in sede adesione e nel corso del rapporto. Sono state adottate numerose iniziative: in primo luogo tutte le voci di costo sono riportate nella nota informativa, negli statuti e nei regolamenti secondo modalità di rappresentazione uniformi; sono vietate le strutture di costo che ostacolano la mobilità tra fondi (in particolare, commissioni di entrata elevate); è obbligatorio il calcolo e la pubblicazione dell’Indicatore Sintetico di Costo (ISC) nella nota informativa; è obbligatorio fornire proiezioni aggiornate sul livello della pensione attesa al momento del ritiro dall’attività lavorativa; sono pubblicate sul sito web della Covip tavole comparate dell’ISC e dei rendimenti storici per tutte le forme pensionistiche di nuova istituzione.

La Covip ha fatto poi sapere di essere in procinto di adottare ulteriori misure volte a potenziare il livello di informazione e accrescere la trasparenza e la comparabilità dei costi tra le diverse forme pensionistiche, tanto in fase di adesione quanto di trasferimento, integrando la nota informativa con adeguate rappresentazioni, anche grafiche. L’obiettivo è rendere ancora più agevole e immediato il confronto dei costi delle diverse opzioni previdenziali, mettendo l’aderente in condizioni di comparare il fondo prescelto rispetto ai fondi più convenienti.

De iure condendo va ancora sottolineato come la Commissione di Vigilanza, per consentire anche a liberi professionisti e lavoratori autonomi una maggiore possibilità di scelta rendendo il mercato più efficiente soprattutto in termini di costi (secondo le statistiche dell’Autorità l’Indicatore Sintetico di Costo dei fondi pensione negoziali è dello 0,9 per cento per periodi di partecipazione di 2 anni e si abbassa fino allo 0,2 su un arco temporale di 35 anni mentre sugli stessi orizzonti temporali, l’ISC medio dei fondi aperti passa dal 2,1 all’1,1 per cento e per i PIP si va dal 3,5 all’1,5 per cento), suggerisce al legislatore di guardare anche ad esperienze estere con particolare riferimento al Regno Unito in cui ,partire dal 2012, è in corso di attuazione il programma cosiddetto di auto-enrolment, che impone ai datori di lavoro di iscrivere i propri dipendenti a fondi pensione complementari.

Ciò, per assicurare che tutte le categorie di lavoratori coinvolti abbiano a disposizione forme pensionistiche efficienti e caratterizzate da costi contenuti. A tale scopo, per iniziativa pubblica, è stato istituito un fondo, denominato NEST (National Employment Savings Trust), che può raccogliere adesioni sia tra i lavoratori dipendenti che tra gli autonomi. Tale fondo, dopo la fase di start-up in cui ha goduto di un limitato sostegno pubblico, opera già oggi senza aiuti pubblici a costi operativi contenuti, seguendo le migliori pratiche di mercato (ad esempio offrendo agli iscritti un insieme di opzioni di investimento limitato ma molto attentamente definito, con i programmi di tipo life-cycle che fungono da opzioni default). Quello che la Covip rimarca è che il Nest agisce in condizioni di piena concorrenza rispetto agli operatori privati. In particolare viene sottolineato come stia costituendo, soprattutto in termini di costi, un benchmark di riferimento per tutti gli operatori privati i quali, con finalità di lucro, intendono acquisire quote di mercato importanti nell’operazione di auto-enrolment in corso. Alcuni di questi ultimi stanno in effetti riuscendo a essere competitivi nei confronti del Nest, cosicché l’intero mercato inglese delle pensioni complementari sta conoscendo una fase di concorrenza virtuosa, che la costituzione del Nest ha innescato.

Cosa valutare
Andando poi nel concreto delle scelte, quali sono allora i profili che un lavoratore autonomo/libero professionista dovrebbe valutare?
Va considerata in primo luogo la struttura finanziaria dello strumento previdenziale. E’ importante cioè ponderare la presenza di più linee di investimento per potere pianificare una strategia finanziaria in prospettiva finalizzata previdenziale anche con eventuali meccanismi di raffreddamento automatico che approdino in un “atterraggio morbido” a fine carriera su linee garantite o protette. Se il life cycle è previsto in modo automatico, può essere un’opportunità adatta per risparmiatori che vogliano delegare la scelta del “quando” passare da una linea all’altra.
Vanno ancora considerati i rendimenti passati, sia in senso assoluto che in relazione ai benchmark, in un arco temporale di almeno 3-5 anni. Importante ancora il capitolo costi confrontando gli Isc.

Va ancora valutata la presenza di eventuali coperture assicurative di tipo obbligatorio o accessorio (coperture caso morte, infortuni o invalidità, long term care).
Last but not least la varietà e tipologia delle rendite previste dalle diverse soluzioni previdenziali. In particolare va analizzata la presenza o meno di rendite assicurative vitalizie, reversibili, certe per cinque o dieci anni, con controassicurazione, per coprire tutte le esigenze potenziali dell’aderente
Il progetto comunitario di una previdenza individuale standardizzata
Sembra poi opportuno rivolgere lo sguardo anche agli sviluppi comunitari essendo sempre più accentuata l’attenzione verso la previdenza individuale. La necessità di integrare la pensione richiede, infatti, per i cittadini europei la previsione di adeguate tutele con riferimento alle forme di previdenza complementare.
Mentre però per i fondi pensione settoriali/aziendali l’aderente ha un meccanismo di salvaguardia rafforzato dalla rappresentanza delle parti sociali negli organi di governance, nel caso delle forme di previdenza individuale assume la veste di “consumatore” e non di “socio” per cui va assicurato dal punto di vista normativo un presidio “rafforzato”.

In questa prospettiva l’Eiopa, l’Autorità di Vigilanza europea su assicurazioni e previdenza, ha pubblicato nel 2013 un rapporto preliminare sullo sviluppo di un mercato unico europeo anche in questo settore.
Lo studio muoveva le mosse da uno specifico parere richiesto dalla Commissione UE. La prima problematica presa in considerazione derivava dalla necessità di elaborare in ambito comunitario una definizione univoca del concetto di “terzo pilastro” soprattutto per delineare le opportune differenziazioni rispetto ai regimi professionali che sono disciplinati dalla Direttiva IORP attualmente in revisione.
Si suggeriva poi la introduzione, attraverso la redazione di una specifica Direttiva, di regole comuni di tutela dei consumatori in materia di trasparenza e informativa, pratiche distributive, requisiti professionali e governance per tutti i prodotti previdenziali. Si considerava ancora la introduzione “suggerita”, tramite Regolamento, di un “29°” regime” (oltre cioè quelli dei 28 singoli Paesi che compongono la UE) volto ad eliminare gli ostacoli che si frappongono a un mercato unico della previdenza. La seconda parte del documento era invece dedicata ai temi cosiddetti di protezione dei consumatori: trasparenza e informativa per gli aderenti, canali distributivi e politiche di vendita, requisiti professionali dei distributori dei prodotti, possibile certificazione per i prodotti previdenziali ad adesione individuale.
Il 7 luglio scorso l’Eiopa ha poi pubblicato uno specifico Paper, in consultazione fino al prossimo 5 ottobre relativo all’introduzione di un prodotto di previdenza complementare standardizzato e “pan-europeo” (“standardised Pan-European Personal Pension Product – PEPP).
Il PEPP è un prodotto ad-hoc, caratterizzato da trasparenza, efficacia e affidabilità; per la sua diffusione, l’Autorità suggerisce la creazione di un quadro regolamentare armonizzato, applicabile entro i limiti del mercato interno europeo. Il quadro regolamentare in parola dovrebbe garantire parità di condizioni (level playing field) tra tutti i providers e, nel contempo, favorire la rimozione degli ostacoli e delle barriere che sono d’intralcio allo sviluppo dell’attività transfrontaliera; per tale via, infatti, verrebbe sostenuta l’offerta cross border dei prodotti PEPP e sarebbe facilitato un approccio multi-pillar al risparmio pensionistico.

Articolo di Giuseppe Rocco – Esperto previdenziale, tratto da QOL – Fisco, lavoro e società – Quotidiano online

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