CTU deducente e CTU percipiente: che differenza c’è? | Geometra.info

CTU deducente e CTU percipiente: che differenza c’è?

La CTU si dice deducente o percipiente a seconda che i fatti da valutare siano già accertati o meno. Approfondiamo la questione

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Per esplicare la differenza del Consulente Tecnico d’Ufficio deducente e percipiente, innanzitutto si ritiene opportuno chiarire che si tratta della stessa figura che, in entrambi i casi, è soggetta dalle medesime norme regolamentatrici. La differenza è una distinzione prettamente giurisprudenziale e dottrinale piuttosto che codicistica, infatti entrambe le definizioni sono state coniate da una storica sentenza delle Sezioni Unite, le quali, per facilitare la pratica, hanno ritenuto di ricomprendere all’interno di due definizioni, altrettanti modi di svolgere il delicato lavoro del CTU.

Infatti, da un lato, al CTU potrebbe essere concesso di esprimere esclusivamente delle valutazioni su fatti già accertati e confluiti all’interno del procedimento; dall’altro, invece, può capitare che, per l’espletamento delle proprie operazioni, si permetta al CTU di accertare i fatti stessi, per esempio mediante domande di chiarimenti alle parti, oppure escutendo i terzi al fine di recepire informazioni. La caratteristica di quest’ultima ipotesi risiede nel fatto che il CTU potrà portare a termine le suddette operazioni senza necessitare di continue autorizzazioni da parte del giudice, che si devono considerare assorbite nella preventiva concessione di tali poteri nel provvedimento di nomina a firma del giudice.

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In questi termini si è espressa la nota sentenza n. 9522 del 1996 della Corte di Cassazione a Sezioni Unite con la quale è stato sostenuto che ‘‘il giudice può affidare al consulente tecnico non solo l’incarico di valutare i fatti da lui stesso accertati o dati per esistenti (consulente deducente), ma anche quello di accertare i fatti stessi (consulente percipiente). Nel primo caso la consulenza presuppone l’avvenuto espletamento dei mezzi di prova ed ha per oggetto la valutazione di fatti i cui elementi sono già stati completamente provati dalle parti; nel secondo caso la consulenza può costituire essa stessa fonte oggettiva di prova, senza che questo significhi che le parti possono sottrarsi all’onere probatorio e rimettere l’accertamento dei propri diritti all’attività del consulente. In questo secondo caso è necessario, infatti, che la parte deduca quantomeno il fatto che pone a fondamento del proprio diritto e che il giudice ritenga che il suo accertamento richieda cognizioni tecniche che egli non possiede o che vi siano altri motivi che impediscano o sconsiglino di procedere direttamente all’accertamento’’.

Quindi il CTU che sia stato autorizzato ad assumere informazioni dai terzi e ad acquisire, anche di sua iniziativa, tutti quegli elementi che riterrà opportuno al fine di rispondere ai quesiti sottopostigli dal giudice, potrà procedere allo svolgimento delle proprie operazioni senza ulteriori autorizzazioni, rappresentando, di fatto, quella figura che la Cassazione ha identificato con la terminologia di Consulente percipiente.

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