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I limiti della relazione peritale come mezzo di prova

La relazione peritale è solo il risultato ultimo della consulenza tecnica d'ufficio, quindi non può essere considerata come mezzo di prova

relazione peritale
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La disciplina normativa della consulenza tecnica è significativamente posta nell’ambito dell’istruzione probatoria, accanto alla prova testimoniale e agli altri mezzi di prova, ciò nonostante la relazione peritale non può essere considerata come mezzo di prova in senso proprio, pur essendo il risultato ultimo della Ctu.

La rappresentazione comune della consulenza tecnica è quella del mezzo mediante il quale il giudice acquisisce o integra, nella fase dell’istruzione probatoria, quelle cognizioni tecniche di cui non è fornito, ma che si dimostrano necessarie per la decisione della causa.

Si può quindi ritenere che la relazione di consulenza sia il risultato di una particolare competenza in un certo settore, che il giudice richiede in qualità di assistenza per la valutazione o l’accertamento di un fatto che richiede cognizioni tecniche che egli non possiede.

Il disposto normativo del C.P.C. è chiaro nella definizione e dunque esclude che la relazione possa rientrare nei mezzi di prova, rimettendo alla piena discrezionalità del giudice la decisione in ordine all’ammissione della consulenza tecnica, ricorrendone la necessità o l’opportunità ai fini della soluzione della lite.

Il giudice può affidare al consulente non solo l’incarico di valutare i fatti accertati o dati per esistenti (consulenza deducente) ma anche quello di accertare i fatti stessi (consulenza percipiente) ed in tal caso è necessario e sufficiente che la parte deduca il fatto che pone a fondamento del suo diritto e che il giudice ritenga che l’accertamento richieda specifiche cognizioni tecniche.

La Corte di Cassazione più volte ha redarguito, con la propria censura, i tentativi di sopperire alla mancanza di prova mediante la richiesta di nomina del consulente tecnico d’ufficio.

In una sentenza del 2013 (n. 1266) esprimeva chiaro il concetto per cui “la consulenza tecnica d’ufficio costituisce un mezzo di ausilio per il giudice, volto alla più approfondita conoscenza dei fatti già provati dalle parti, la cui interpretazione richiede nozioni tecnico-scientifiche, e non un mezzo di soccorso volto a sopperire all’inerzia delle parti: la stessa tuttavia può eccezionalmente costituire fonte oggettiva di prova, per accertare quei fatti rilevabili unicamente con l’ausilio di un perito“.

E’ notorio che la CTU non possa avere carattere esplorativo e debba essere intesa come strumento ad adiuvandum del giudice e non ad explorandum. Tuttavia, la sentenza riportata suggerisce il formarsi di un’eccezione, almeno parziale alla regola.

In alcuni casi, la consulenza tecnica, e con essa la relazione peritale, può assurgere a fonte oggettiva di prova come strumento di accertamento e di descrizione di fatti senza che ciò comporti il venir meno dell’onere della prova. La consulenza, non può essere disposta al fine di esonerare la parte dal fornire evidenze di quanto assume ed è quindi legittimamente negata dal giudice tale possibilità, qualora la parte tenda con essa supplire alla deficienza delle proprie allegazioni o offerta di prove, ovvero a compiere un’indagine esplorativa alla ricerca di elementi, fatti o circostanze non provati.

A questi limiti è consentito derogare unicamente quando l’accertamento di determinate situazioni di fatto, possa effettuarsi soltanto con il ricorso a specifiche cognizioni tecniche, nella quale ipotesi peraltro la parte che denuncia la mancata ammissione della consulenza ha l’onere di precisare, sotto il profilo causale, come l’espletamento del detto mezzo avrebbe potuto influire sulla decisione impugnata.

Se al consulente viene conferito l’incarico di accertare fatti non altrimenti accertabili che con l’impiego di tecniche particolari, il consulente è percipiente, la consulenza costituisce fonte diretta di prova ed è utilizzabile al pari di ogni altra prova ritualmente acquisita al processo.

Naturalmente, come già sottolineato, questo non comporta l’esonero della parte dall’onere di fornire la prova in base ai principi che regolano il processo civile.

Secondo la Corte di Cassazione il principio secondo cui la consulenza tecnica d’ufficio, che di norma non è un mezzo di prova, lo diventa allorché la prova del danno sia impossibile o estremamente difficile a fornirsi con i mezzi ordinari (Sentenza n. 9249 del 7 maggio 2015).

In definitiva viene confermata l’introduzione nel nostro ordinamento di valide eccezioni al principio generale del divieto di ammissibilità della cosiddetta CTU esplorativa nel caso in cui sia oggettivamente necessaria, essendo l’unico mezzo a disposizione del giudice per l’accertamento dei fatti.

Diventa possibile derogare al principio generale in tutti quei casi (eccezionali) in cui la CTU possa assumere rilevanza probatoria.

Numerose altre sentenze si sono pronunciate in tema di limitazione dell’ambito della consulenza tecnica, andando ad analizzare aspetti specifici, in particolare il Tribunale di Ancona, con ordinanza del 3 settembre 2014, ha pronunciato un principio, confortato dalla recente giurisprudenza della Cassazione, con il quale ha espresso che “in tema di procedimento civile, la consulenza tecnica d’ufficio – che può costituire fonte oggettiva di prova tutte le volte che opera come strumento di accertamento di situazioni di fatto rilevabili esclusivamente attraverso il ricorso a determinate cognizioni tecniche – è un mezzo istruttorio sottratto alla disponibilità delle parti e rimesso al potere discrezionale del giudice, il cui esercizio incontra il duplice limite del divieto di servirsene per sollevare le parti dall’onere probatorio e dall’obbligo di motivare il rigetto della relativa richiesta“.

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