Comportamento imprevedibile del lavoratore: non c'è responsabilità per datore e Rspp | Geometra.info

Comportamento imprevedibile del lavoratore: non c’è responsabilità per datore e Rspp

Un’interessante pronuncia della Corte di Cassazione in tema di infortuni sul lavoro esclude la responsabilità del datore di lavoro e del Rspp

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La sentenza n. 8883 del 3 marzo 2016 della IV sezione penale della Corte di Cassazione ha assolto il datore di lavoro e il Responsabile del servizio di prevenzione e protezione (Rspp) perché il fatto non costituisce reato, per l’infortunio occorso a un elettricista manutentore che, incaricato dalla propria azienda di realizzare linee elettriche di alimentazione per la successiva posa di faretti sul tetto di un capannone, vi era salito a mezzo di un elevatore oleodinamico messogli a disposizione dal datore e quindi, una volta sul tetto camminava su lastre di fibrocemento che, cedendo, ne provocavano la caduta da un’altezza di circa 6 metri, da cui riportava trauma cranico, toracico e degli arti e una malattia della durata superiore a quaranta giorni.

Le risultanze istruttorie facevano emergere da un lato l’assoluta correttezza del comportamento degli imputati datore di lavoro e Rspp, che avevano concordato con l’elettricista di fargli eseguire il lavoro a bordo dell’elevatore, mettendogli a disposizione tutte le necessarie attrezzature ed impartendo le direttive organizzative e le precise modalità con cui svolgere il lavoro; dall’altro, la condotta imprudente del dipendente, peraltro esperto e formato in materia di sicurezza del lavoro (era stato nominato rappresentante dei lavoratori per la sicurezza), e dotato di tutti i presidi antinfortunistici e della strumentazione necessaria per effettuare in sicurezza un lavoro analogo a quelli che aveva svolto da cinque anni.

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L’unica causa dell’incidente è stata individuata nel comportamento tenuto dal lavoratore, del tutto imprevedibile e non ipotizzabile, con la circostanza decisiva di aver violato gli obblighi impostigli, tenendo una condotta abnorme, causa sopravvenuta da sola sufficiente a determinare l’evento. Infatti, nonostante il lavoratore infortunato avesse riferito che nel sopralluogo del giorno prima fatto con il datore di lavoro si era capito che era necessario fare i lavori salendo sul tetto, era assolutamente verosimile che tutto il lavoro potesse e dovesse essere effettuato mediante l’elevatore messo a disposizione. In tal senso si era espresso anche l’ispettore della Asl intervenuto sul posto nella immediatezza dei fatti, che aveva indicato come l’impianto interessasse la parte perimetrica del capannone e come, per la sua posa in opera, fosse necessario iniziare dalla parte bassa dell’edificio, per poi salire in quota ed anche per questi era necessario e sufficiente usare l’elevatore oleodinamico con piattaforma che, in effetti, era presente sul posto.

La Corte ha richiamato il principio per cui la sentenza di condanna deve essere pronunciata soltanto “se l’imputato risulta colpevole del reato contestatogli al di là di ogni ragionevole dubbio” (art. 533 c.p.p. comma 1) e questo “presuppone comunque che, in mancanza di elementi sopravvenuti, l’eventuale rivisitazione in senso peggiorativo compiuta in appello sullo stesso materiale probatorio già acquisito in primo grado e ivi ritenuto inidoneo a giustificare una pronuncia di colpevolezza, sia sorretta da argomenti dirimenti tali da evidenziare oggettive carenze o insufficienze della decisione assolutoria, che deve, quindi, rivelarsi, a fronte di quella riformatrice, non più sostenibile, neppure nel senso di lasciare in piedi residui ragionevoli dubbi sull’affermazione di colpevolezza” (Cass. sez. 6, n. 40159 del 3 novembre 2011).

La Corte ha anche ricordato nella sentenza come il sistema della normativa antinfortunistica, si sia trasformato da un modello “iperprotettivo”, interamente incentrato sulla figura del datore di lavoro che, in quanto soggetto garante era investito di un obbligo di vigilanza assoluta sui lavoratori, ad un modello “collaborativo” in cui gli obblighi sono ripartiti tra più soggetti, compresi i lavoratori.

Le tendenze giurisprudenziali si indirizzano verso una maggiore considerazione della responsabilità dei lavoratori di attenersi alle specifiche disposizioni cautelari e comunque di agire con diligenza, prudenza e perizia.

Il datore di lavoro non ha più, dunque, un obbligo di vigilanza assoluta rispetto al lavoratore, come in passato, ma una volta che ha fornito tutti i mezzi idonei alla prevenzione ed ha adempiuto a tutte le obbligazioni proprie della sua posizione di garanzia, egli non risponderà dell’evento derivante da una condotta imprevedibilmente colposa del lavoratore.

Secondo il principio di autoresponsabilità del lavoratore, si abbandona il criterio esterno delle mansioni e lo si sostituisce con il parametro della prevedibilità intesa come “dominabilità umana del fattore causale”. Il caso in esame illustra bene il concetto di comportamento “esorbitante”, diverso da quello “abnorme” del lavoratore. Il primo riguarda quelle condotte che fuoriescono dall’ambito delle mansioni, ordini, disposizioni impartiti dal datore di lavoro o di chi ne fa le veci, nell’ambito del contesto lavorativo, il secondo, quello abnorme, già costantemente delineato dalla giurisprudenza, si riferisce a quelle condotte poste in essere in maniera imprevedibile dal prestatore di lavoro al di fuori del contesto lavorativo, cioè, che nulla hanno a che vedere con l’attività svolta.

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