Infortunio in itinere: è possibile il nesso causale dopo un anno? | Geometra.info

Infortunio in itinere: è possibile il nesso causale dopo un anno?

E' stata riconosciuta la riconducibilità a un infortunio in itinere a una lavoratrice che, dopo un anno, si era dovuta sottoporre a un intervento chirurgico. Ecco perché

INAIL
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La Cassazione ha riconosciuto la riconducibilità ad un sinistro in itinere dell’ulteriore periodo di malattia trascorso da una lavoratrice che, affetta da patologia pregressa, si era sottoposta a intervento chirurgico.

Il caso

Mentre si recava al lavoro una donna inciampava nel marciapiede, procurandosi traumi alle ginocchia e alle mani. Dopo un primo periodo di malattia per il quale l’INAIL copriva l’inabilità, ne seguiva un secondo, non contiguo al primo, in dipendenza da un intervento chirurgico subìto 16 mesi dopo il sinistro e relativo a una patologia pregressa. Avendo L’INAIL espresso il proprio diniego relativamente alla copertura del secondo periodo, su ricorso dell’infortunata, prima il tribunale, poi la Corte di appello di Milano, avevano negato l’ ulteriore periodo di riposo ed il pagamento delle provvidenze.

Secondo il giudice di secondo grado, infatti, il CTU aveva evidenziato che l’appellante «era soggetto obeso, con evidente valgismo bilaterale del ginocchio, con ad oggi un quadro clinico sovrapponibile per le due ginocchia», da interpretarsi dunque come «patologia da sovraccarico per il sovrappeso». Per la Corte territoriale vi era quindi «una patologia preesistente, rispetto alla quale l’ ”aggravamento” si inseriva in un quadro di degenerazione della cartilagine preesistente che induceva a ritenere che la caduta a terra era mera occasione di evidenza della patologia degenerativa e non concausa della stessa, né dell’intervento chirurgico».

Cosa dice la Cassazione

Su questi presupposti la Suprema Corte è stata chiamata a confrontarsi con il delicatissimo tema del nesso di causalità nel diritto penale, i cui principî sono ritenuti applicabili anche alla causazione di infortuni sul lavoro.

Il Tribunale di Monza e la Corte d’Appello di Milano avevano entrambi adottato decisioni sfavorevoli alla lavoratrice. Quest’ultima era stata protagonista del sinistro il 26 marzo 2003; era stata assente per malattia fino al primo luglio di quell’anno; si era poi sottoposta a intervento chirurgico in data 8 luglio 2004 ed era quindi stata nuovamente in malattia fino al mese di ottobre.

Orbene, nei primi due gradi di giudizio si riteneva concordemente che l’intervento chirurgico del 2004 fosse esclusivamente riconducibile a una patologia pregressa, che la CTU identificava in “patologia degenerativa del corno posteriore del menisco e come condropatia di III grado della rotula”. Rispetto a tale patologia, l’evento traumatico del 26 marzo 2003 era da interpretarsi come “occasione di slatentizzazione clinico-somatologica di patologia degenerativa persistente e come concausa non sufficiente e non efficiente del manifestarsi della patologia degenerativa”. In altre parole, secondo Tribunale e Corte d’Appello la lavoratrice non si procurava una patologia cadendo, bensì cadeva a causa di una pregressa patologia. Così stando le cose, il periodo di malattia conseguente all’intervento chirurgico non poteva essere ricondotto alla caduta (la quale ne era effetto e non causa), e – contrariamente al periodo di malattia immediatamente conseguente al sinistro – non poteva pertanto ricadere nella competenza assicurativa dell’INAIL.

Tutta diversa l’impostazione della Cassazione, la quale per l’occasione rispolvera e rammenta il fondamentale principio di equivalenza causale di cui all’art. 41 codice.penale.

Ai sensi del primo comma di tale norma, «il concorso di cause preesistenti o simultanee o sopravvenute, anche se indipendenti dall’azione od omissione del colpevole, non esclude il rapporto di causalità fra l’azione od omissione e l’evento». In altre parole, il fatto che la lavoratrice fosse affetta da tale pregressa patologia non autorizza a statuire – come aveva fatto la Corte d’Appello – che la caduta a terra del marzo 2003 fosse mera occasione di evidenza della patologia degenerativa e non concausa della stessa, né dell’intervento chirurgico in questione cui seguiva l’inabilità temporanea in questione.

Al contrario, la caduta in questione deve essere vista come concausa della patologia medesima, del relativo intervento chirurgico e della conseguente inabilità temporanea.

Per effetto di tutto ciò, viene cassata la sentenza della Corte d’Appello di Milano e l’INAIL resta tenuta al pagamento dell’indennità per il periodo di invalidità temporanea conseguente all’intervento chirurgico, nonché delle provvidenze di cui all’art. 13, comma 2 della D.Lgs. 23 febbraio 2000, n. 38 in ragione dell’infortunio in itinere occorso alla lavoratrice.

Massima della sentenza

Anche nella materia degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali trova diretta applicazione la regola contenuta nell’art. 41 cod. pen., per cui il rapporto causale tra evento e danno è governato dal principio dell’equivalenza delle condizioni, secondo il quale va riconosciuta l’efficienza causale ad ogni antecedente che abbia contribuito, anche in maniera indiretta e remota, alla produzione dell’evento, mentre solamente se possa essere con certezza ravvisato l’intervento di un fattore estraneo all’attività lavorativa, che sia per sé sufficiente a produrre l’infermità tanto da far degradare altre evenienze a semplici occasioni, deve escludersi l’esistenza del nesso eziologico richiesto dalla legge.

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