Terre e rocce da scavo: novita' dal decreto fare | Geometra.info

Terre e rocce da scavo: novita’ dal decreto fare

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La legge 9 agosto 2013, n. 98, di conversione del decreto “del Fare” (DL. n. 69/2013), in vigore dal 21 agosto 2013, dispone che la definizione di materiali da scavo data dal D.M. n. 161/2012 integra le corrispondenti disposizioni del D.Lgs n. 152/2006 (c.d. T.U. Ambiente).

Tra le modifiche apportate al dl n. 69/2013 (c.d. “Decreto del Fare”) durante l’iter di conversione in legge, quelle relative ai rifiuti attengono alla definizione di “materiali da scavo”. L’articolo 41-bis introduce nell’ordinamento alcune disposizioni tese a disciplinare l’utilizzo, come sottoprodotti, dei materiali da scavo prodotti nel corso di attività e interventi autorizzati in base alle norme vigenti, in deroga a quanto previsto dal dm 10 agosto 2012, n. 161, recante il regolamento per la disciplina dell’utilizzazione delle terre e rocce da scavo.

La disciplina all’uopo introdotta si applica sia ai piccoli cantieri (per l’espresso richiamo all’art. 266, comma 7, del D.Lgs. 152/2006), sia ai materiali da scavo derivanti da attività ed opere non soggette ad autorizzazione integrata ambientale (AIA) o a valutazione di impatto ambientale (VIA). Peraltro, secondo quanto precisato dall’art. 41, comma 2, dello stesso decreto legge n. 69/2013, la disciplina dettata dal D.M. 161/2012 si applica solo ai materiali da scavo derivanti da attività ed opere soggette a AIA o VIA.

Orbene, nel corso dell’esame al Senato del decreto “del Fare” è stato introdotto il comma 7, che mira a precisare che la definizione di “materiali da scavo” dettata dall’art. 1, comma 1, lett. b), del D.M. 161/2012, integra, a tutti gli effetti, le corrispondenti disposizioni del D.Lgs. n. 152/2006.  Come sottolineato dal dossier della Camera 7 agosto 2013 n. 36/3, infatti, nel testo della Parte IV del D.Lgs. n. 152/2006 (relativa ai rifiuti) non si fa mai riferimento al termine “materiali da scavo”, ma sempre all’espressione “terre e rocce da scavo”.

Secondo la lettera b) del comma 1 dell’art. 1 del D.M. 161/2012, sono materiali da scavo “il suolo o sottosuolo, con eventuali presenze di riporto, derivanti dalla realizzazione di un’opera quali, a titolo esemplificativo:

scavi in genere (sbancamento, fondazioni, trincee, ecc.);

perforazione, trivellazione, palificazione, consolidamento, ecc.;

opere infrastrutturali in generale (galleria, diga, strada, ecc.);

rimozione e livellamento di opere in terra;

materiali litoidi in genere e comunque tutte le altre plausibili frazioni granulometriche provenienti da escavazioni effettuate negli alvei, sia dei corpi idrici superficiali che del reticolo idrico scolante, in zone golenali dei corsi d’acqua, spiagge, fondali lacustri e marini;

residui di lavorazione di materiali lapidei (marmi, graniti, pietre, ecc.) anche non connessi alla realizzazione di un’opera e non contenenti sostanze pericolose (quali ad esempio flocculanti con acrilamide o poliacrilamide)”.

La stessa lettera b) dispone, altresì, che “i materiali da scavo possono contenere, sempreché la composizione media dell’intera massa non presenti concentrazioni di inquinanti superiori ai limiti massimi previsti dal presente Regolamento, anche i seguenti materiali:

calcestruzzo

bentonite

polivinilcloruro (PVC)

vetroresina

miscele cementizie e additivi per scavo meccanizzato”.

Il contenuto è tratto dal quotidiano on line Sistema Ambiente e Sicurezza. Per attivare l’abbonamento prova di un mese clicca qui.

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