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Rapporti di vicinato: il muro di cinta

Le disposizioni del codice civile in merito alle caratteristiche del muro di cinta nei rapporti di vicinato

(C) Comune Di Cernusco Sul Naviglio
(C) Comune Di Cernusco Sul Naviglio
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Nella terza edizione di “Rapporti di Vicinato”, manuale incentrato su “distanze legali, confini e condominio: tutela e risarcimento; profili civili, penali, processuali ed amministrativi” nei rapporti di vicinato, Riccardo Mazzon si rivolge a un’ampia platea di professionisti: agli avvocati in primis, ma anche a notai, architetti, ingegneri, geometri, magistrati, amministratori di condominio, mediatori, amministratori e dirigenti pubblici. Novità caratterizzanti la nuova edizione sono l’ampliamento dei temi trattati e i focus sui rilevantissimi recenti apporti legislativi, giurisprudenziali e dottrinali; il tutto supportato da schemi, tabelle e formule che agevolano la consultazione e la comprensione e applicazione pratica degli istituti, consentendo altresì rapidi colpi d’occhio concernenti i singoli temi. Il contenuto seguente è tratto dal manuale curato da Mazzon, disponibile per l’acquisto su Shop.Wki.it. Clicca il box sottostante per avere più informazioni sui contenuti.

Il muro di cinta: requisiti per l’identificazione

Il principale requisito atto ad identificare tecnicamente il c.d. muro di cinta è la sua esclusiva funzione di demarcare e recingere le proprietà limitrofe: con maggior precisione, i requisiti del muro di cinta sono:
(a) l’essere isolato, nel senso che le facce di esso emergano dal suolo e siano distaccate da ogni altra costruzione;
(b) l’essere destinato alla demarcazione della linea di confine e alla separazione e chiusura delle proprietà limitrofe;
(c) l’avere un’altezza non superiore ai tre metri.

Ne consegue, per fare un esempio, che il muro realizzato a confine per la recinzione della proprietà, qualora sia unito – con una platea in cemento realizzata sotto il piano di campagna – ad altro muro edificato a ridosso ed in corrispondenza di esso, perde la natura di muro di cinta per acquistare quella di vera e propria costruzione, da edificarsi nel rispetto delle distanze legali.

Peraltro, l’idoneità a delimitare un fondo e la funzione e l’utilità di demarcare la linea di confine e di recinzione del fondo medesimo possono supplire alla carenza degli ulteriori requisiti, rendendo con ciò applicabile la disciplina prevista dall’art. 878 c.c. e dalle norme di esso integrative, in ordine all’esenzione dal rispetto delle distanze tra costruzioni. Si può pertanto, concludere che l’esenzione dal rispetto delle distanze tra costruzioni si applica (1) sia ai muri di cinta, qualificati dalla destinazione alla recinzione di una determinata proprietà, dall’altezza non superiore a tre metri, dall’emersione dal suolo nonché dall’isolamento di entrambe le facce da altre costruzioni, (2) sia ai manufatti che, pur carenti di alcuni dei requisiti indicati, siano comunque idonei a delimitare un fondo ed abbiano ugualmente la funzione e l’utilità di demarcare la linea di confine e di recingere il fondo.

Gli strumenti urbanistici locali non possono incidere sulla definizione di “muro di cinta” Necessario ricordare, inoltre, che gli strumenti urbanistici locali non possono incidere sulla definizione di “muro di cinta”: sarebbe, pertanto, illegittima una norma – per esempio norma tecnica di attuazione del PRG –, che equiparasse una costruzione di altezza non inferiore a tre metri e priva di pareti finestrate ai muri di cinta, ammettendone l’edificazione sul confine anche in difetto di convenzione col confinante.

Il muro di cinta non può avere un’altezza superiore a tre metri: così, un’eventuale sopraelevazione, oltre detta misura, deve ritenersi illegittima. In tal caso, peraltro, il giudice non deve condannare alla demolizione dell’intera sopraelevazione del detto muro, potendo soltanto condannare alla demolizione della sopraelevazione che importi innalzamento “oltre metri tre rispetto al piano“. Resta, dunque, confermato come l’art. 878 c.c. non possa esser applicato ai muri di cinta con altezza maggiore, considerati solo per regolare e delimitare l’obbligo di contribuzione del vicino alla costruzione del muro medesimo.

La possibilità di rendere comune il muro di cinta, anche a scopo d’appoggio

Il muro di cinta, quando è posto sul confine, può essere reso comune anche (per la comunione forzosa del muro sul confine in generale, si veda il capitolo dodicesimo del presente trattato) a scopo di appoggio (ovviamente, secondo le regole generali, purché non preesista, al di là, un edificio a distanza inferiore ai tre metri – o alla misura maggiore eventualmente prevista dai regolamenti locali –: la distanza dal fabbricato eventualmente esistente nel fondo del vicino, invero, va sempre rispettata, non costituendo il muro di cinta “costruzione” influente sulle distanze legali): la circostanza costituisce esercizio legittimo dei poteri inerenti al diritto di proprietà e, in particolare, non v’è alcun obbligo a rendere il muro comune, potendosi semplicemente costruire in aderenza al muro di cinta.

In argomento, è significativa l’eventuale esistenza di costruzione in aderenza al muro di confine nel fondo limitrofo: infatti, la circostanza prevista dall’art. 878, comma 2, ultima parte, c.c. (preesistenza, al di là del muro di cinta, di edificio a distanza minore di metri 3), quale eccezione alla facoltà di appoggio normalmente concessa ad entrambi i proprietari confinanti, riguarda la preesistenza di costruzioni autonome e distaccate dal muro divisorio comune e poste da questo a una distanza minore da quella legale e, dunque, non è da ritenere sussistente ove, al di là del muro, preesista una costruzione in aderenza.

Muro di cinta e rispetto delle vedute presenti nella costruzione del vicino

In generale, l’obbligo di osservare la distanza di tre metri dalle vedute dirette, aperte nella costruzione eretta sul fondo finitimo, integrando gli estremi di un divieto assoluto – e, come tale, indipendente dalla esistenza e dalla misura di un concreto nocumento all’esercizio della veduta medesima –, va osservato anche quando l’erigenda costruzione sia costituita da un muro di cinta, essendo l’esonero dal rispetto delle distanza legali, previsto per questo manufatto, espressamente limitato a quelle di cui all’art. 873 c.c.; ne consegue il dovere del proprietario, che intenda proteggere il fondo dalle indebite intrusioni altrui con un muro, di erigerlo a distanza legale dalle vedute del vicino (aperte tanto iure proprietatis quanto iure servitutis).

In effetti, si ripete, la circostanza che la costruzione del muro di cinta risulti esente dal rispetto delle norme sulle distanze tra fabbricato, non implica, con ciò, la possibilità, per chi lo costruisce, di non rispettare la distanza imposta dal codice civile a favore delle vedute, in quanto l’articolo 907 del codice civile è disposizione immediatamente applicabile ed inderogabile (se non in senso migliorativo per l’avente diritto alle distanze).

È, dunque, generalmente da ritenersi irrilevante, ai fini dell’esonero dal rispetto della distanza minima, la circostanza che l’erezione di un muro di cinta, non impedisca l’esercizio del diritto di veduta al proprietario del fondo vicino: generalmente, s’è detto, in quanto, in casi particolari, anche secondo recente giurisprudenza, una valutazione circa l’idoneità dell’opera ad ostacolare il diritto di veduta può venire in rilievo, ma soltanto quando si intenda erigere un manufatto diverso da una costruzione in senso tecnico (ad esempio, una recinzione in rete a maglie larghe).

Si rammenti inoltre, in argomento, come invece, il proprietario del fondo confinante con il muro in cui il vicino abbia aperto luci, regolari o irregolari che siano – salva, in quest’ultimo caso, la facoltà di chiederne la regolarizzazione – abbia diritto di chiuderle soltanto se erige una vera e propria costruzione in appoggio o in aderenza al predetto muro, dopo averlo reso comune, essendo questa la condizione richiesta dall’art. 904, comma 2, c.c., per sacrificare il diritto del vicino di tenere le luci nel muro.

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